Conclusioni e retroscena

Conclusosi il primo racconto divino scritto a «diversi tentacoli» riteniamo giusto raccontare un po’ di retroscena. Quel pizzico di curiosità che, da Grandi Antichi come siamo, elargiamo per far impazzire l’umanità.

L’origine

Tutto è iniziato su uno dei nostri blog, è venuta voglia di scrivere qualcosa assieme ed abbiamo deciso di concentrarci su una passione comune, il Solitario di Providence. Entusiasti per aver trovato subito questo punto in comune abbiamo svelato le carte e ci siamo detti quale aspetto dei Miti volevamo affrontare. Magicamente volevamo entrambi scrivere qualcosa sui Mi-go, quegli adoraboli ingegneri alieni gamberosi provenienti da Plutone che tanto hanno scosso i nostri animi nella storia Colui che sussurrava nelle tenebre.
Avevamo lo stesso desiderio, non potevamo ignorare un messaggio del genere!

La stesura

Dovevamo ora decidere come muoverci, lo stile da adoperare. Dovevamo usare i nostri stili, differenti però complementari oppure calcare la mano con lo stile inconfondibile di Lovecraft? Conoscendo i nostri limiti abbiamo deciso di fondere i nostri stili con quelli del Maestro, cosí da far sembrare il tutto piú omogeneo. I risultati possono essere stati altalenanti ma in qualche modo siamo riusciti a mantenere un’omogenea congruità tra i nostri modi di scrivere e vedere le storie. Inizialmente uno era piú portato per le scene d’azione e l’altro per le introspezioni ma con il passare del tempo siamo riusciti dignitosamente a cambiare i ruoli, a scrivere scazzottate e sparatorie, inseguimenti ed incubi ricordando lo stile dell’altro.

L’idea era di creare un’atmosfera che potesse far venire in mente il New England dei primi anni del ‘900, con razzismo e luoghi comuni. Poi questa piega razzista è andata scemando ed è venuta accantonata1, concentrandoci su altri aspetti tipici dell’epoca.
In questo ci è stata utile la nostra consocenza storica e la nostra continua e compulsiva lettura dei Miti.
Il protagonista è un ex militare di origine scozzese con una smodata passione per l’alcool, specialmente quello fatto in casa per richiamare il primo dopoguerra ed il proibizionismo e per rompere, leggermente, lo schema lovecraftiano dell’alcolista invariabilmente non eroe, ma vittima dei suoi stessi incubi: il detective infatti è sí vittima dei suoi incubi ma è anche un eroe. Testardo ed arrogante, sa di dover qualcosa all’umanità, ha preso parte agli orrori della Prima Guerra Mondiale e vorrebbe non vedere piú orrori, vorrebbe che le vittime ed i parenti delle vittime, per cui inizia ad indagare, avessero la giustizia che la guerra ha negato a tutti.
Cosí cominciano le sue indagini, sconclusionate e spezzettate, perché il suo vizio e l’orrore che deve affrontare non permettono delle indagini lineari e corrette.
La corruzione è imperante, le forze dell’ordine ed i media sono parte dell’orrore, forse tutta la classe dirigente di Arkham è coinvolta, solo la scienza e la cultura sono estranee a queste mostruosità, addirittura possono e vogliono combatterla. E cosí, sempre appellandoci a Lovecraft, la positività, destinata a fallire miseramente, si scopre nei professori universitari e nella ricerca della verità. Il professore Richmond si sacrifica per mostrare al detective la portata dell’orrore, l’invocazione di Shub-Niggurath, la dea capro venerata dai Mi-go, signora delle foreste, che annienterebbe l’umanità se mai riuscisse a manifestarsi completamente. Nel mostrare la realtà però, il professore sbaglia, aiutando a far avverare la profezia che vede il protagonista elemento cardine della storia.
La storia si conclude con il detective che assiste ad un sacrificio umano e viene inseguito dai cultisti e dai Mi-go, interessati ai loro esperimenti ed ai loro riti esoterici, lasciando capire che per i personaggi coinvolti non c’è speranza, sono tutti condannati, ma non dicendo niente sulla fine del mondo. Probabilmente qualcosa non andrà per il verso giusto, qualcun altro, anche grazie agli sforzi del detective, si metterà in mezzo, per evitare o almeno rallentare l’orrore cosmico, ma è tutto molto incerto e nebuloso.

Curiosità

  • Ovviamente noi avevamo solo la storia a grandi linee quando abbiamo iniziato a scriverla, avevamo solo una certezza, che si dovesse concludere con la frase «cazzo i Mi-go», perché dopotutto siamo due spiritacci dall’animo goliardico.
  • Il protagonista è un detective perché all’inizio ci piaceva l’idea di scrivere un racconto giallo, poi ci siamo resi conto che nessuno dei due sapeva veramente scrivere un giallo, magari potevamo tentare qualcosa di noir e poi l’horror ci era piú congeniale, ma il detective dalla pelle dura e con problemi di alcolismo è rimasto.
  • Volevamo inserire delle nostre descrizioni nascoste nei personaggi ma non si sa se l’abbiamo ancora fatto.
  • Abbiamo attinto dal Pantheon allargato dei Miti, prendendo, quando serviva da Bloch, per esempio, o da altri, come i Magri Notturni che volevamo con un taglio piú cattivo e pericoloso.
  • Le appendici le chiamiamo simpaticamente frattaglie perché stanno bene un po’ dappertutto e sono solitamente sanguinolente.
  • Frattaglie è una parola che di tanto in tanto usiamo per pubblicare gli articoli ed anche all’interno della storia anche per questo nostro parlare.
  • Siamo abbastanza sensibili agli occhi ed al cinema di Fulci, e per questo quando possiamo inseriamo qualche scena raccapricciante ruotare proprio intorno a queste disgustose ed affascinante palle gelatinose irrorate da piccole venuzze pronte ad esplodere in qualsiasi momento.
  • Ci inviamo messaggi istantanei e mail elettroniche in continuazione, ricoprendo di insulti e bestemmie qualsiasi cosa, condividendo pornografia spiccia e discorsi insensati da cui poi traiamo l’ispirazione per le storie in generale e per i capitoli in particolare. Nei momenti di maggior stanchezza e demotivazione, una buona bestemmia ed un po’ di sana volgarità ci dà la giusta carica per scrivere e riscrivere.
  • Prima di iniziare a pubblicare abbiamo accumulato un discreto numero di capitoli per poterci trovare sempre avanti alla pubblicazione, ma nonostante ciò ci sono stati dei momenti in cui abbiamo rischiato di essere raggiunti da noi stessi.
  • Chiunque può darci suggerimenti ed inviarci materiale per arricchire le storie ed il blog stesso all’indirizzo di posta elettronica che compare nella pagina delle informazioni2.
  • Il progetto dei Grandi Antichi non finisce qui, presto daremo inizio ad una nuova storia!

  1. Dovremmo però ancora avere degli stralci preparatori che sarebbero dovuti funzionare come introduzioni o leganti. 
  2. Se non avete ancora visto la pagina delle informazioni è giunto il momento di farlo. 
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Capitolo 19

….tes…. frett…. sod…
Scrivo frettolosamente. La situazione è pericolosa e temo per la mia vita.

Spero che chi leggerà queste parole, se mai qualcuno lo farà, sia cosciente del pericolo che si cela dietro l’ombra oscura della foresta. Quello che sembra una vita fa mi sembrava solo eresia e voci dei pazzi, adesso lo vedo come premonizione e attuale terrore. Il mio spirito è piegato, rotto. La mia mente vacilla mentre l’oscurità partorita dalla grande foresta si è spiegata fino ad assumere le pieghe dell’incubo.

I corpi dei miei conoscenti erano riversi in pose orribili, come se anche la morte si fosse spaventata di fronte a tanta insensata violenza e depravazione. Sentii lo stomaco rivoltarsi e l’acido gusto del vomito salirmi lungo la gola. Vomitai paura, bile e disperazione prima di prendere l’unica decisione razionale di quella sera: fuggire.
Scappai con il cuore in gola e le lacrime agli occhi, disperato mi feci largo fra il fogliame ostile e arbusti resistenti come il più letale del filo spinato. Caddi in diverse occasioni ma, tutte le volte, mi rialzai con un’ostinazione feroce e spinta da un terrore profondo e stordente. Alle mie spalle sentivo i latrati isterici della setta che aveva preso possesso del cuore della foresta.
I rami degli alberi mi ferivano la faccia, tanto da renderla una ragnatela sanguinolenta e dolorosa, e le numerose cadute mi avevano reso lento e claudicante. Ma riuscii a scappare, strappandomi le unghie sulla dura corteccia degli alberi e, cosa di cui mi accorsi solo giusto finalmente in casa, lussandomi una spalla.
Percepivo il respiro affannoso dei miei inseguitori e il rimbombo funereo dei passi. Non mi girai mai, neanche quando, nella folle corsa verso la salvezza, sentii il parlare zanzaroso di quelle orripilanti creature chiamate Mi-go.
Avevo toccato con mano l’orrore nella foresta, ero caduto così in profondità nelle pieghe terribili di quell’incubo che mi sembrava di muovermi in una melassa acida e soffocante. Avevo scoperchiato il Vaso di Pandora, l’orrore era alle mie spalle. Sentivo il terrore strapparmi l’anima da dentro il corpo.
Quando arrivai a casa, piegato da una crisi isterica, mi barricai nelle stanze e mi nascosi negli angoli bui. Le stelle erano ritornate loquaci e mi parlavano. Sentivo il muoversi della bussola magnetica del mondo. Vomitai, per lo più aria. La febbre mi stava divorando vivo, la sentivo bruciare e mordermi il cervello con ostilità. Mi colpii il capo con la mano, gridando di quanto fossi codardo. Potevo sentirmi dire “sparati, avanti fatti saltare le cervella!”, come se fossi fuori dal mio corpo. Cercai conforto nel dolore fisico, così rimisi a posto la spalla con un colpo secco e svenni. Quando mi svegliai la notte era ancora al suo culmine e, in strada, non c’era nessuno. Ero rimasto incosciente per qualche minuto. Una luna triste illuminava a giorno il giardino e le strade che portavano alla mia dimora. Raccolsi tutte le armi a mia disposizione: una Colt con una ventina di proiettili, un coltello e uno Springfield Cal.30 con una manciata di munizioni.
Spostai la poltrona davanti alla finestra, mi posizionai dietro e, nel buio sordo della stanza, aspettai l’orda.

Li sento parlottare davanti a casa. Che mi vengano a prendere, renderò il loro percorso verso l’Inferno più veloce e doloroso. Bastardi!

Il silenzio, dapprima, sembrò il segno divino della salvezza. La febbre mi stava martoriando e sentivo un dolore feroce attanagliarmi le gambe, come se un grosso cane avesse serrato la mascella sui miei arti. Il dolore era talmente intenso che pregai di morire. Ma fuori c’era l’orrore. Fuori da casa mia c’era l’inenarrabile. E mi stava cercando.
Il buio davanti a casa mia si liquefò in una marea di fiaccole e lumi. Davanti a casa mia c’era un muro di fiamme così fitto da darmi la visione dell’inferno in terra. Gridai nel tormento del dolore. Lanciai improperi e veementi accuse. Il muro, silente e abbagliante, non si mosse.
Con il braccio buono alzai lo Springfield sulla poltrona, cercando di mirare a una di quelle bestie demoniache. Il fucile, pesante come non mai, mi cadde sul pavimento. Ripiegai sulla Colt. Avevo a disposizione sei colpi prima di dover ricaricare. Levai una preghiera al cielo, chiedendo, in una pozza di disperazione, che i miei colpi andassero a segno e uccidessi più persone possibile prima che mi catturassero.

Cosa stanno aspettando? Perché non attaccano? Potrebbero prendermi in poco tempo. Perché non mi attaccano? Perché? Cristo, aiutami tu. Fai che la mia mano sia ferma, che la mia mira sia sicura, che la mia coscienza non vacilli.

Dopo qualche minuto, i cultisti incominciarono a cantare. Dapprima emisero un suono gutturale, una nenia quasi inudibile. Con il passare del tempo il canto aumentò di intensità tanto che, anche attraverso il vetro, potei sentire l’abominio che questi pazzi stavano evocando. Un sudore fetido incominciò a bagnarmi la camicia. Puzzavo di disperazione. Raddoppiai la forza della presa sul pistola, tanto la mia mano era incerta e bagnata. Mi scolai mezza bottiglia di moonshine cercando di calmare l’ansia. Ogni rumore, ogni movimento mi facevano dolere gli orecchi e la testa, sentivo la luna tirare le fila delle maree. Digrignai i denti così forte da sentire il sangue scendere dalle gengive, anche se poi mi accorsi che proveniva dal naso. Mi pulii con la manica e rimasi in attesa.
Il muro di fuoco si divise a metà e, nella breccia, si posizionarono due figure di mia conoscenza. Nonostante l’oscurità, la luna mi permise di vedere i lineamenti del poliziotto rosso e la crocchia di capelli che sovrastava la testa della bibliotecaria di Arkham: la Sig.rina Mayflower. Un misto di odio e paura mi torse lo stomaco, lo sentii dolere come se fosse tirato da due cavalli in direzione opposta. La bocca mi si seccò. Mi sforzai di sparare, ma questa dannata febbre mi aveva reso debole…

L’indecisione febbricitante mi fece perdere il momento giusto. I cultisti richiusero il muro di fuoco davanti ai miei due bersagli. La mia vendetta era sfumata. Qualcosa però era cambiato, sentivo le stelle muoversi e i pianeti strattonati fuori dalle orbite. Con occhi ciechi vidi il male che si stava risvegliando e il cambio dei poli. Vidi un pianeta oscuro distante, così incredibile da prendere ogni singolo nervo e torcermelo in un’esperienza tormentata.
L’urlo che si alzò dalle gole di quei pazzi fu una delle esperienze più deliranti a cui ebbi mai modo di assistere nella mia vita. Suoni immondi, nonché parole eretiche, uscirono dalle gole riarse di quelle persone. Una follia così radicata da essere logica. Il canto si alzò di volume fino a diventare un fischio e poi si zittì. Un silenzio tombale calò, come un manto luttuoso, su Arkham. Anche il vento sembrò assecondare il canto e si placò. Tutto il mondo davanti ai miei occhi stava prendendo un’enorme respiro a pieni polmoni.
La quiete prima della tempesta.

Rumori. Rumori sul tetto. Passi. Passi pesanti, strascicati. Unghie che grattano sull’ardesia. Tegole che rotolano e si rompono. Il canto rincomincia, sommesso, quasi beffardo. I passi continuano. Cosa sta succedendo? Dio, cosa sta camminando sopra alla mia testa? Scrivo queste ultime righe e poi nascondo questo diario. Nessuno di loro lo dovrà trovare. Nessuno. Spero in Dio che qualche anima pia si chieda che fine ho fatto e cerchi in casa mia. Prego che trovi queste mie parole. Questo mio avvertimento.
Ancora passi.
Cosa dannazione è?
Un ronzio costante, sembra che mi dica che non succederà niente. Che ci faremo un viaggio.
No. Mai!

Passi. Ancora passi. E quel ronzio terribile.
Che Dio mi aiuti. Ho paura. Quanto vorrei avere quel laudano… quanto vorrei scivolare nell’incoscienza piuttosto che essere spettatore, ancora e ancora, della mia morte

Cazzo, i Mi-go…

FINE

Capitolo 18

I rami erano dita adunche che laceravano i miei abiti e la mia anima. Le due persone che seguivo si muovevano rapide come ombre nell’oscurità. Il silenzio sembrava spezzato solo dai miei passi rumorosi e dal mio ansimare, ma loro sembravano non accorgersene, forse erano troppo distanti. Mi girava la testa e le idee erano troppo confuse. Il cuore sembra dovesse esplodermi nel petto, conati di vomito bloccavano il respiro già spezzato mentre copiosi rivoli di sudore imperlavano la mia fronte. Stavo correndo da un tempo imprecisato, ero sfinito e coperto di tagli e graffi causati dai rami, ma non potevo permettermi il lusso di fermarmi: il poliziotto e l’archivista non davano segni di cedimento… ma erano davvero loro? Non riuscivo a vedere altro che le loro sagome distorte dalla luce lunare, potevano essere altre due persone qualunque nel bosco. Ombre tetre e maligne che correvano da un capo all’altro della mia visuale. Come diavoli neri che si fondono con gli alberi.
Crollai sfinito a bocconi mentre sentivo ridere tra i rami. Le foglie mosse dal vento ghignavano al mio passaggio, mostrando tutta l’ostilità della foresta. Persino i fili d’erba erano rasoi affilati che sembrava mi stagliuzzassero le gambe ed i piedi, mentre il terreno diventava un ammasso fangoso per rendere piú difficoltosa la mia avanzata. La foresta intera era una trappola, una trappola cosmica ed aliena. Il sangue grondava dalla vegetazione, sangue di innocenti, sangue di disperati. Questi alberi erano stati nutriti con il nostro sangue, con questa costellazione di morti violente e follia. Ero dentro all’orrore!
Le ferite nel petto si riaprirono all’improvviso lordandomi la camicia di sangue, bruciavano come se avessi avuto dei tizzoni ardenti infilati dentro, dovevano essersi infettate perché sotto la pelle si era creata un’incordatura che sentivo propagarsi lungo tutto il corpo come una stella marina. Dovetti lottare contro me stesso per superare le contrazioni muscolari che mi stavano bloccando a terra. Un grido di dolore scappò dalle mie labbra squarciando la notte ed il velo dell’ombra della fitta vegetazione. Assurde nenie, suonate presumibilmente con flauti alieni venivano accompagnate da ritmiche ossessive di tamburi primitivi.
L’angosciante musica entrava nelle mie terminazioni nervose, nella mia anima, obbligandomi ad alzarmi, rendendomi una marionetta governata da invisibili fili che mi strattonavano violentemente. Meccanicamente arrivai nei pressi di una radura illuminata da fuochi multicolore. L’osceno gioco d’ombre generato dalle fiamme rendeva riuscire a vedere qualcosa e così, non appena fui liberato dalla malìa musicale che mi aveva condotto lì, venni colto alla sprovvista.
Un bruto con un manganello mi colpì alla nuca, facendomi quasi svenire, per istinto estrassi la pistola dalla fondina e sparai alla cieca. Il gorgoglìo che seguì l’inaspettato boato mi fece capire che avevo fatto centro. Il problema era che non era solo. Ero circondato da figure incappucciate che si avvicinavano sempre più minacciose. Non avevo colpi per tutti, inoltre mi sentivo intontito per la botta ricevuta ed il sangue perso. La camicia, oramai cremisi aderiva viscidamente al mio corpo, le gambe stavano per cedermi e gli oscuri figuri erano sempre più vicini e minacciosi.
Uno di loro parlò, disse qualcosa sulla mia importanza lì, disse che ero indispensabile per il rito, che avevo dimostrato di essere pronto per essere sacrificato. Loro, i Mi-go, volevano prelevare il mio cervello per studiare non so che cosa. L’avrebbero messo in un cilindro metallico e l’avrebbero collegato da qualche parte, per vedere per sempre le mie sensazioni mentre venivo sacrificato per Shub-Niggurath.
Quel mostro aveva visto dentro di me, in qualche modo ero collegato con lui, con lei. Non capivo, non potevo capire, come il dottor Smithson prima di me, così mi disse la figura incappucciata. Trasalii sentendo quelle parole e quasi mi soffocai con un rigurgito quando mi fecero vedere la vedova Smithson ed un uomo che ricordava il mio amico Roy, legati ad una pietra con le viscere di fuori ed il volto sfigurato dal dolore e dalla pazzia.

Capitolo 17

Ci scuotemmo dal torpore solo quando la registrazione finì in un gracchiante raspare. Solo in quel momento Dempsey II ed il sottoscritto ci accorgemmo di quello che era successo. La finestra spalancata e il cadavere del povero cacciatore sfracellato sul selciato sottostante erano la prova inconfutabile degli avvenimenti. Mi ritrovai a pensare, in maniera ammetto poco rispettosa verso il fresco defunto, che i collegamenti fra i vari pezzi del puzzle sembravano sempre più chiari. Su Arkham gravava una grande minaccia, questo era certo. Quelli che Richmond aveva descritto come “gli scienziati” dei Grandi Antichi erano effettivamente sul nostro pianeta e avevano preso la foresta nei dintorni di Arkham come base operativa. Adesso, grazie alle competenze di Dempsey e alla conferma dello sventurato cacciatore, avevamo potuto attribuire un nome alla minaccia che stava avvolgendo, in spire sempre più mortali, Arkham: i Mi­go. Gli scienziati dei Grandi Antichi. Molta gente era caduta nelle trame di questi esseri e c’era una comunità che, in silenzio e nell’ombra, tramava per far cadere la città sotto il controllo di questi esseri. La polizia sembrava coinvolta più di quanto credessi ed il poliziotto rossocrinito era sicuramente uno informato sui fatti.
Solo un’altra persona tormentava, peggio di quel viscido rappresentante della legge, i miei pensieri: la donna misteriosa. Colei che aveva parlato in quella riunione segreta nel centro della foresta. Colei che, a quanto sembrava, era uno dei capi di questa setta di depravati, assassini e maniaci. Esposi il mio pensiero ad uno stranito Dempsey il quale, alternando lo sguardo da me al cadavere maciullato quattro piani sotto di noi, concorda in larga misura con le mie ipotesi. Mi disse che nelle settimane precedenti aveva parlato con Richmond in merito ad una recrudescenza del culto dei Grandi Antichi nelle foreste di Arkham e la mia testimonianza non è altro che una conferma alle loro ipotesi più oscure. Spiegai al Professor Dempsey II il mio piano d’azione, richiedendo un suo aiuto dietro le quinte. Lui acconsentì ad aiutarmi e, con la promessa di risentirci nei prossimi giorni per ulteriori aggiornamenti, ci lasciamo per dirigerci alle rispettive occupazioni: lui prese il telefono per avvertire la polizia, il carro funebre e cercare di trovare una spiegazione plausibile all’evento. Io dovevo dare forma al mio piano. Quella notte mi rifiutai di cedere al sonno, troppe informazioni erano premute nel mio cervello: come cercare di riempire una piccola botte con troppa melassa. Per questo motivo passai le ore sveglio a pulire la mia fedele Colt, ripassare la mappa della foresta e mettere a punto un piano per pedinare il poliziotto rosso. I giorni successivi li sfruttai per segnarmi le abitudini del pedinato: orari, spostamenti, eventuali abitudini e tutto quello che poteva essermi utile. Dagli appunti non ricavai nessuna informazione degna di nota, la vita del rosso era un susseguirsi di eventi monotoni fatta di pause caffé, ronde cittadina e pranzi nella vicina tavola calda. L’unico momento fuori dall’ordinario erano le frequenti visite alla biblioteca e al giornale. Non era un evento strano per un poliziotto, poteva avere una passione per la letteratura, ma anni e anni di investigazioni mi avevano instillato un certo fiuto. Mi segnai queste visite sottolineandole più volte.
Dopo gli appostamenti decisi di passare all’azione e incominciai a pedinarlo in maniera più attiva. Seguii il Rosso nelle sue attività quotidiane tenendomi ad una distanza di sicurezza. L’ultimo passo fu quello di seguirlo fino a casa. Decisi che quello era il luogo dove potevo vedere il mio sospettato numero uno agire senza la pressione del suo ruolo sociale. In casa si sarebbe espresso con tranquillità, senza maschere.
Il Rosso abitava in una casa unifamiliare poco distante dalla Stazione di Polizia. Un gran vantaggio per un tutore della legge. Una siepe rigogliosa teneva la casa al riparo da occhi indiscreti e un cancello di metallo lavorato chiudeva un piccolo giardino davanti alla veranda. Rimasi sordo a qualsiasi accenno di buon senso, entrare nella proprietà privata di un poliziotto era un buon modo per farsi sparare, e strisciai come un’ombra verso le finestre del piano terra. Le prime due davano su cucina e soggiorno e, grazie alla luce di alcune lampade, non sembrava esserci niente di particolare. I due ambienti erano arredati in maniera spartana, poche cianfrusaglie o tocchi femminili. Il soggiorno non aveva suppelletili, se non una grande libreria con diversi pesanti volumi rilegati. Le due stanze erano in ordine, perciò immaginai l’opera di una donna delle pulizie. Il Rosso non sembrava il tipo da scopa e olio di gomito. Alzandomi leggermente vidi il poliziotto al tavolo, da solo. Stava mangiando qualcosa che, a giudicare dalla ricchezza del piatto, era stato preparato e lasciato in caldo dalla governante. La casa era immersa nel silenzio.
Non trovando niente di compromettente nella cena dell’uomo, mi spostai sull’altro lato della casa e scrutai dall’unica finestra che dava sul cortile. La stanza era immersa nell’oscurità, se non per una leggera luminescenza fornita dalla luna alle mie spalle e lo sbaffo di luce che penetrava da sotto la porta. Questo particolare mi fece collocare la stanza in posizione adiacente al soggiorno. Cercai di fendere l’oscurità ma era difficile dato il riflesso della luna sul vetro. Mentre mi alzavo e mettevo le mani a coppa per vedere dentro la stanza, sentii lo squillo del telefono all’interno della casa, subito seguito dal rumore di passi e dalla voce del poliziotto. Non riuscii ad afferrare la discussione che terminò in breve tempo. Il resto si svolse nell’arco di un battibaleno. Sentii il poliziotto spostare i piatti in cucina e poi udii il tonfo sordo dei passi sul pavimento. Si stava preparando ad uscire.
Stavo già lamentandomi per la sfortuna quando, seppur per un periodo brevissimo, il Rosso aprì la porta della stanza a cui ero affacciato. La luce fioca aumentò immediatamente illuminando una serie di apparecchiature dall’aspetto sinistro e due file da tre cilindri metallici ciascuna. Lui non mi vide, vuoi perché non stava cercando spie, vuoi perché l’adrenalina mi aveva spinto a terra come neanche le bombe della prima guerra mondiale avevano fatto. Quando la porta della stanza si richiuse e sentii i passi dell’uomo sulla veranda, capii che il piano stava prendendo una direzione inaspettata.
Avevo progettato di investigare all’interno della casa del poliziotto, ma la telefonata e l’uscita notturna potevano essere qualcosa di molto più importante. A malincuore lasciai alle mie spalle quelle strane apparecchiature e mi incominciai a pedinare l’uomo lungo le vie scure di Arkham. L’uomo si fermò solo una volta in periferia. Qua rimase in attesa di qualcuno per quasi venti minuti. Stavo già pensando di aver preso un colossale granchio e che si trattasse solo di una scappatella innocua, quando un’ombra apparve sul selciato illuminato. Un’ombra lunga e minacciosa. Percepii un brivido freddo scendermi lungo il collo e, in maniera del tutto naturale, misi la mano sulla fondina con la pistola. Attesi finché, dalle ombre della notte, apparve la persona che il Rosso stava aspettando. L’oscurità e la distanza rendevano difficile scorgere con esattezza l’identità della persona, ma quel profilo da mustelide l’avevo già visto diverso tempo fa…
Quando i due cospiratori si mossero verso la foresta, il pedinamento mutò forma e diventò un’immersione nell’abbraccio scuro della foresta di Arkham e da qua nel cuore pulsante di questo mistero.

Appendice C

Sergente Marvin Smith. Questo è il suo nome. O meglio questo è il nome con cui si è presentato da me. Quella lettera di presentazione era ovviamente falsa.
L’avevo capito subito. Avevo capito anche che il richiamo disciplinare che stava portando per me era falso. Ho preferito far finta di stare al suo gioco. Ho sbagliato. Ho commesso l’errore peggiore della mia vita.
Se avessi ascoltato l’istinto, avrei preso la pistola ed avrei sparato. Certo ora sarei in carcere o chissà, però ci sarebbe stato un barlume di speranza e non la certezza  della morte.
Che venga, che vengano tutti. Non li farò giocare con la mia carcassa senza essermi “divertito” prima io. Loro si aspettano un povero e vecchio poliziotto ormai prossimo alla pensione. Non sanno di trovarsi di fronte ad un vecchio scozzese, solido e resistente come una quercia!
Ricordo, lui si è seduto sulla mia poltrona ed ha iniziato a parlarmi. A raccontare  favole per spaventare i bambini, mi ha anche proposto di unirmi a “loro” prima di intimarmi a farmi da parte. Unirmi a loro, gli ho chiesto, chi erano loro. E lui in tutta risposta ha fatto uscire una risata cattiva da quella sua bocca storta ed ha indicato il soffitto, sussurrando qualcosa sulle stelle. Lo sguardo spiritato e le unghie sporche indicavano chiaramente che fosse un povero derelitto, però le carte per quanto false erano firmate e timbrate. Pensavo di dover prendere tempo, ma non ritenevo saggio assecondare questo delirio. Volevo anzi farlo arrabbiare per poter capire quale losco affare si celasse dietro quella farsa. Sicuramente qualche cartello criminale voleva un corpo di polizia piú che malleabile.
Lo feci arrabbiare, lo insultai e lo minacciai, speravo di farlo parlare. Non potevo immaginare che succedesse tutto questo. Lui si rabbuiò, estrasse dalla tasca degli ossicini e un mucchietto di polvere rossastra. Gettò quelle cianfrusaglie sulla scrivania, sorrise soddisfatto e con un fiammifero diede fuoco alla polvere che iniziò a fare un fumo rosso, denso ed acre dal quale si sembrò si staccassero dei pezzi di ombra urlanti!
Quelle ombre erano delle entità vive e in qualche modo comunicavano con me. Ebbi l’impressione di capire chi fossero i “loro” di cui parlava il sergente. Mi spaventai, provai piú paura di quanta ne abbia mai provata in vita mia e scappai.
Corsi via.
Ora sono qui, in attesa, scrivo questo flusso di pensieri sul mio taccuino per schiarirmi le idee e sperare che qualcuno possa fermarli. Comunque io sono pronto ed armato, chiunque di “loro” proverà ad avvicinarsi assaggerà il mio piombo. Finché io sarò in piedi non ci sarà pazzo o mostro a minacciare Arkham!

***
Ecco il corpo dello stupido Tenente Harvey MacFadden. Pensava che scherzassi. Sono stato anche piú misericordioso di quanto non lo sia stato con gli altri. Aveva la possibilità di chiudere gli occhi o di unirsi con noi. I Magri Notturni glielo hanno confermato. Doveva andarsene o unirsi. Non aveva senso combattere. Stupidamente ha reagito ed i Magri lo hanno afferrato e squarciato. Urlava e piangeva come un maiale al macello. Patetico. Credo che nessuno indagherà mai sul corpo dilaniato del Tenente MacFadden.
Di sicuro non io.

Capitolo 16

Non sono sicuro di poter descrivere con lucidità quello che è avvenuto nelle settimane successive alla morte del Professor Richmond.
Quando il rito finì, tutto quello che vidi era alla stregua di un sogno. Il sangue sull’erba e il dolore feroce che stringeva la testa come un cerchio, recitavano un’altra versione: quello che era accaduto era vero. Qualcosa, o qualcuno, aveva ucciso il Professor Richmond e, ringrazio Dio per questo, aveva risparmiato me.
Erano settimane che continuavo a ripetermi che ciò che avevo visto, l’essere caprino, il male assoluto, non erano altro che visioni date dalla febbre. Ma intanto continuavo a nascondermi dalla mia stessa ombra.
Dopo due settimane di malessere e un’irrazionale paura, che mi aveva spinto a dormire con i lumi della casa accesi, avevo ripreso a svolgere la mia professione di investigatore. Solo casi di consulenza e nessuna investigazione sul campo. Non ero pronto ad uscire di casa.
La monotonia delle consulenze finì, però, quando il secondo mercoledì dopo la morte del Professore, non si affacciò alla porta un certo Herbert Goodmann.
L’uomo era un cacciatore di mezza età, pelle scurita dal sole e un tic facciale che gli faceva strizzare gli occhi nei momenti di stress. Cosa che, nel corso della conversazione, avvenne sempre più spesso.
L’uomo si presentò per riferirmi una conversazione a cui, inavvertitamente, aveva preso parte. Aveva scelto di contattare me perché, quello che avrebbe raccontato, non era materia da polizia. Inoltre, mi disse, l’argomento mi avrebbe riguardato da vicino.
L’uomo disse che era andato nella foresta vicino ad Arkham per raccogliere dell legna da ardere e procurarsi un po’ di selvaggina. Il particolare della foresta fece trillare un campanello nella mia testa, risvegliandomi da quella innaturale apatia.
L’uomo continuò il racconto dicendo era uscito dal sentiero per andare a controllare delle trappole. Aveva appena finito di rimettere in ordine alcune trappole per tordi, quando sentì delle persone parlare nel mezzo della foresta. Senza pensarci, troppe volte la polizia l’aveva fermato per bracconaggio, si era accovacciato nel sottobosco in silenzio. Da quesa posizione aveva potuto origliare, inosservato, alcuni estratti della conversazione che si stava tenendo fra tre persone.
La prima, la cui voce sembrava quella di un uomo raffreddato o con un notevole difetto di pronuncia, continuava a porre domande. Herbert sottolineò più volte un fattore: la voce era misto fra parole e ronzio. Il tono non ammetteva repliche.
Herbert mi riportò quello che si ricordava: “Cosa ne… compito… Dottore?“. Il resto della conversazione erano richieste, fra cui una terminava con la parola “morte… investigatore“.
Uno degli interlocutori della voce ronzante disse che il Dottore aveva fallito e l’uomo non era morto. Era una voce femminile. Herbert mi disse che non l’aveva mai sentita prima d’ora, anticipando la mia naturale domanda.
Una seconda voce intervenne ed il cacciatore mi disse che quella gli era familiare. Aveva già sentito quel timbro quando era stato fermato dalla polizia, qualche mese prima, per bracconaggio. La voce nella foresta apparteneva ad uno degli agenti che l’avevano arrestato: un uomo dai capelli rossicci e un fare untuoso.
Il particolare fece trillare, di nuovo, un campanello di pericolo nel retro del mio cervello. Una mia conoscenza, l’uomo che più sospettavo di insabbiare gli elementi dei casi di sparizione, era presente in una conversazione sospetta. I temi trattati: morte, compiti, uccisioni e, ultimo ma non meno importante, il mio coinvolgimento, non erano certo meno pericolosi.
Gli chiesi cosa avesse detto l’uomo. Herbert, strizzando gli occhi in maniera quasi spasmodica, mi riferì in breve che l’agente rossiccio aveva detto che “Dottor Smithson aveva fallito…” la fronte dell’uomo si aggrottò cercando di ricordare le parole. Quello che ne uscì era un misto di mugugni e qualche informazione utile come “l’uomo non era morto” o “Laudano” e “Sacrificio del dottore…“.
Herbert si scusò, ma non poteva aggiungere altro. Le voci diminuirono di volume e non potè più sentire niente di quello che stavano dicendo. Rimase nascosto fino a molto dopo che i tre se ne furono andati e poi se ne tornò a casa. La decisione di venire a parlarmi era venuta spontanea. Due particolari rimanevano oscuri: chi era la donna? E, soprattutto, chi era la persona con la voce ronzante e perché aveva spaventato così tanto il cacciatore?
All’improvviso mi ricordai alcune delle informazioni che mi aveva detto il Professor Richmond sugli esseri ancestrali. Ad un certo punto mi aveva detto che alcune creature erano venute da oltre Nettuno. Ma quale era la particolarità?
Il cervello mi bruciava mentre cercavo di ricordare. Volavano? Probabile. Macchine strane? Forse. La voce! Ecco, mi aveva detto che questi esseri inumani avevano appreso il nostro linguaggio mimandone i suoni ed emettendo una sorta di frequenza ronzante che assomigliava a parole umane disturbate.
Il cuore si fermò nel petto.
Razionalmente mi veniva da propendere per il saggio adagio che diceva: la soluzione più giusta è solitamente la più semplice, questo significava che l’uomo che parlava era a tutti gli effetti solo raffreddato.
Ma ormai non avevo visto più di quello che una persona poteva immaginare? Nonostante fosse solo un’intuizione, la descrizione sembrava combaciare. Una domanda rimase nell’aria, inespressa: perché ero sicuro che ci fosse più di quello che saltava agli occhi?
Come un drogato in una fumeria d’oppio, mi alzai barcollando e strattonai il cacciatore. Un’idea si era insediata nel mio cervello e avevo bisogno del suo aiuto. Dovevo portare l’uomo all’Università e parlare con l’unica persona che poteva aiutarmi.
Grazie alla frequentazione con il Professore Richmond ero venuto a conoscenza di alcuni stimati luminari e studiosi dell’Università, fra cui il Professor Michael Dempsey II.
Il Prof. Dempsey era un ricercatore e studioso della sapienza antica, per quanto questo concetto, a me, era più che mai oscuro e astruso.
In una delle molteplici conversazioni con il Professor Richmond, questi mi aveva segnalato il Prof. Dempsey II come un suo collega fidato e, parole sue, “stimato conoscitore di ciò che non si può vedere“.
Quando ci presentammo al Professor Dempsey, questi era immerso in una profonda conversazione con il suo collega Bradley Howard a proposito di un ritrovamento nelle province costiere poco lontano Arkham.
Quando ci videro, il Professor Howard salutò cordialmente e ci lasciò soli con Dempsey.
Spiegai la situazione al Professore e, unendo tutti gli elementi che avevo raccolto nei mesi precedenti grazie alle mie investigazioni e all’aiuto del Professor Richmond, delineai uno sfondo per la successiva testimonianza del Sig. Goodmann. Il povero cacciatore raccontò di nuovo la sua storia, ma era ormai un groviglio di nervi tesi e la faccia era tutto uno spasmo.
Il Professor Dempsey, intuendo lo scopo della mia richiesta, tirò fuori una matrice e la mise su un giradischi. Il suono era gracchiante e disturbato, ma fra i solchi si percepiva una voce strana: come se il ronzio di migliaia di mosche stesse formando delle parole.
Quella testimonianza uditiva fu terribile. La voce, disturbata e distante dal microfono, non aveva perso la sua perversa essenza inumana. Un terrore ancestrale mi colse e mi tappai le orecchie spaventato ma affascinato in maniera quasi morbosa dalla devianza di quella voce ronzante.
Quello che successe dopo si risolse in un battibaleno. Dempsey, rapito dalla malvagità e innaturalità di quelle parole, non fu in grado di intercettare il cacciatore che, gracchiando parole incomprensibili, corse alla disperata contro l’unica grande finestra della stanza gettandosi di sotto.

Capitolo 15

Sentivo di poter affrontare, assieme al professore, gli orrori che mi stava raccontando. Pensavo che insieme saremmo stati abbastanza forti da distruggere  questa congiura. Non avevo io da solo già sistemato i balordi che mi avevano aggredito? Con la conoscenza del mio anziano collaboratore sarei sicuramente riuscito a distruggere ogni avversario, anche quelli innominabili! Decidemmo di tornare nel parco universitario perché le antiche mura della biblioteca o dello studio del professore ci opprimevano. Era come se la luce avesse assunto un aspetto minaccioso, le ombre formate dalle lampadine avevano un aspetto malvagio. Non potevano fare quello che dovevamo fare al chiuso.
Richmond avvoltolò in un panno il temibile Necronomicon ed uscimmo.
Mai avremmo potuto immaginare quello che sarebbe successo. Col senno di poi questa scelta fu probabilmente la peggiore anche se non si può dire cosa sarebbe potuto accadere in un altro luogo.
Ci sedemmo a terra, l’erba umida dava una sgradevole sensazione di freddo che penetrava nelle ossa e dall’osso sacro arrivava sino alla nuca, ma avevo già vissuto questa sensazione, potevo sopportarla.
Il professore sembrava meno a suo agio, ma forse era a causa del suo ingrato compito. Leggere, e tradurre per me, un’orribile invocazione per poter distruggere la mostruosità che era alla base del culto che stavamo affrontando. Mi diede un pezzo di carta con qualche scarabocchio a penna, per la mia incolumità mi disse, che accettai senza fiatare. Non era il momento degli scetticismi o di tentennamenti di qualsiasi genere. Cosí iniziò a leggere, bisbigliava in spagnolo e poi traduceva in inglese con voce stentorea. Le foglie tremavano ad ogni sillaba che pronunciava.
I miei nervi cominciarono a cedere perché quello che stava leggendo era quello che avevo sentito nel bosco la prima volta che svenni. «Iä! Shub-Niggurath! Il nero Capro della foresta dai mille cuccioli! » Iä! Iä!, quelle orribili sillabe continuavano a echeggiarmi nella testa, io stesso le pronunciavo, non sentivo piú il resto della litania, la vivevo. Io ero parte di quest’orrendo rito. Io assistevo attivamente ed il professore officiava. L’aria si fece densa e lo spazio collassò su sé stesso!
Sentivo la testa pulsare mentre i colori diventavano sempre piú fiochi e la terra sembrava aprirsi sotto i miei piedi. Provai a dire qualcosa ma non riuscii ad emettere alcun suono. La mia bocca non serviva piú per parlare. La mia bocca era  diventata un organo di senso, un orrido tentacolo gelatinoso si protendeva in mezzo alla mia faccia e si agitava al suono della litania recitata dal professore. Percepivo i suoni tramite questa rozza antenna mentre il mio corpo si abituava ad un altro sistema sensoriale. I colori prima svaniti ora ritornava sotto un’altra forma, privo di occhi vedevo attraverso la mia pelle, il cielo era rosso sangue e Richmond, seduto davanti a me, non era piú l’anziano professore di pochi minuti prima. Era un  ammasso informe e gelatinoso che ribolliva miasmi venefici che si libravano nell’aria, creando un orrendo gioco di colori tra l’innaturale colore del cielo e l’ocra delle esalazioni.
La mia volontà era soggiogata da un qualcosa che non era umano né tantomeno naturale. Qualcosa che vive fuori dal tempo e dallo spazio. Noi stessi eravamo fuori dal tempo e dallo spazio, l’ammasso di carne ripeteva «Lang» ma non potevo capire cosa significasse, finché la mia mente non venne completamente annullata ed allora le parole informi che udivo iniziarono ad avere significato. Cominciai a cantare anche io quella gioia perversa, ma non ero io a farlo, non potevo essere io… ripresi a cadere, precipitai in un infinito ovattato di colori e sapori. Il mio corpo non mi apparteneva, esso era un ammasso gelatinoso come quello del mio amico, ma io non avevo amici, ero solo, solo nel dolore e nel delirio!
All’improvviso il mondo sembrò tornare normale, ebbi l’impressione di cadere a terra e, sebbene, avessi ancora la vista annebbiata, vidi qualcosa che non avrei mai voluto vedere.
Quello che apparve davanti a noi poteva essere uscito da un incubo. Lo stesso incubo che ossessiona l’uomo dai tempi delle caverne, il diavolo in persona, il signore dei boschi che promette dolore e distruzione. L’essere che ride della sofferenza umana, che gode nel vederci sofferenti. Il dio del terrore in persona era apparso di fronte a noi. Urlai a Richmond di smettere, di non andare oltre, perché ad ogni parola che pronunciava, quell’abominio diventava sempre piú reale, ma sembrava non mi sentisse. Era catatonico, non rispondeva alla mia voce né tantomeno alle mie spinte. Continuava a leggere, e a recitare oscene formule in lingue sconosciute.
La mostruosità si avvicinava sempre piú. Semiparalizzato alzai il foglio che mi aveva dato il professore come se potesse farmi da scudo e l’orrore gridò. Le orecchie iniziarano a sanguinarmi e le gambe cedettero. Cadendo vidi qualcosa che poteva essere una mano, un tentacolo o una zampa toccare la spalla del mio sfortunato amico. Le loro grida di dolore si fusero assieme, poi Richmond si alzò di scatto, portò le mani agli occhi e con le sue stesse dita se li cavo. Ora rideva isterico, la faccia ricoperta di sangue, le orbite svuotate, nere, mentre le sue stesse dita stritolavano i suoi bulbi oculari. Con uno scatto improvviso piegò la schiena all’indietro fino a spezzarla.
Tra i conati di vomito vidi il mostro scomparire mentre il mio amico spirava.

Purtroppo, o per fortuna, ero salvo.

Capitolo 14

Lasciai l’edificio il piú velocemente possibile.
L’essere entrato era già una questione delicata, figuriamoci essere trovato sul luogo di un delitto. Peraltro senza autorizzazione della Polizia e senza nessuna apparente motivazione. Le spiegazioni sarebbero state lunghe ed imbarazzanti. La tasca, che pesava colpevole nella tasca della giacca, era già una violazione di ogni deontologia professionale conosciuta. Qualcosa mi aveva attratto quando l’avevo presa:  particolari che avevano colpito piú il mio subconscio che il mio sguardo.
La mia idea era quella di correre a casa, evitando di fermarmi a rimirare le prove rubate dalla scena del crimine, e mettermi ad analizzare la fiaschetta. Ormai avevo capito che la mia volontà era meno solida di quanto pensassi e mi ritrovai, a pochi
isolati dallo studio del Dottore, sotto un cornicione con la fiaschetta in mano.
A pensare razionalmente al tutto, il mio improvviso interesse per un oggetto comune come un contenitore di alcolici, per quanto finemente intarsiato, poteva sembrare poco sensato. Ma negli ultimi giorni, la razionalità non era stata una compagna fedele e questa volta, mio malgrado, avevo sentito una spinta, quasi una pulsione, ad afferrare l’oggetto metallico. Se non fosse un’eresia, direi che avrebbe potuto descriversi quasi come una febbre. L’oggetto era una fiaschetta d’argento, delle dimensioni di una mano, con un tappo d’argento lucido e dagli angoli smussati dall’uso. La forma ottagonale del tappo era un elemento distruttivo dell’elegante rotondità delle forme del corpo della fiasca. Quello a cui non ero preparato, però, era l’intarsio presente su quest’ultimo.
Anche adesso mi trovo in difficoltà a descrivere cosa vidi in quel momento. Cercherò di riportare al meglio delle impressioni, perché raccontare quello che era impresso mi terrorizza ancora. La superficie argentea era percorsa da un finissimo intaglio, come se un orafo avesse inciso una storia nello spazio ridotto della faccia della fiasca, ma che, non potendo esprimersi completamente sulle classiche coordinate cartesiane, avesse osato qualcosa di oscenamente blasfemo.
L’arte sopra raffigurata si espandeva sia in lunghezza che in larghezza, ma in certe angolazioni, le figure emergevano dalla superfice piatta almeno per un dito o piú. La curiosità, però, fu piú forte dello stupore e della sensazione di irrealtà della situazione, e cosí continuai a cercare di decifrare la storia soprassedendo sull’effetto stordente dell’incisione. Rimettendo la fiasca perpendicolare allo sguardo, la superficie tornava piatta e raccontava la storia, o le storie, di alcune creature intente a studiare altre forme di vita, fra cui, a quanto sembrava, delle scimmie o, nella meno probabile delle ipotesi, degli umani.
Queste creature, le cui sembianze sono state rimosse da un’ultima pietosa forma di difesa della mia mente, segnavano alcuni appunti inintelligibili su delle lastre e poi, una volta raccolta la quantità necessaria di quelli che sembravano dati, spiegavano la scoperta o svanivano nelle stelle.
Altre scene, ed era terrificante rendersi conto che una supercie cosí piccola potesse contenere storie cosí complesse, sembravano allontanarsi da questo tema e si concentravano su latte collegate a macchinari e altre orride invenzioni. In uno dei riquadri, posizionato nel retro come le ultime incisioni, era presente la narrazione di un viaggio su altri pianeti ed anche in questo caso il mio cervello fu provvidenziale nel rendermi cieco alla malvagità che traspariva dai solchi nell’argento.
Ruotando la fiaschetta parallela al mio sguardo, altre storie saltarono al mio sguardo. Enormi esseri dalla testa di polpo e uomini neri, enormi nelle proporzioni rispetto al resto ma perfettamente proporzionati quando, di riquadro in riquadro, si
relazionavano con gli esseri umanoidi altrettanto orrendi.
A quel punto la testa, già debilitata in modo permanente dalla feroce febbre dei giorni scorsi, incominciò a dolermi in maniera spaventosa e cosí riposi la fiasca nella giacca facendo l’unica cosa che mi venne in mente: andare, di nuovo, dal Professor Richmond. Lui, ero sicuro, sarebbe riuscito a dare un senso compiuto al terrore che si era impossessato del mio corpo dopo la scoperta del contenitore.
Trovai il Professore intento nella lettura di alcuni consunti volumi di archeologia e, nella concentrazione della lettura, non mi sentí entrare dalla porta. Quando mi vide mi sembro sia sollevato che spaventato; come se la mia visita, dopo tutto, non fosse un evento cosí fuori luogo ma che, allo stesso tempo, fosse latore di sventure.
Mi indicò una sedia mentre scaldava l’acqua per un tè e poi si sedette ad ascoltare il mio racconto.
Quando gli mostrai la fiasca, qualcosa, in lui, si incrinò. Il suo parlare diventò piú veloce e non fu capace di sollevare la teiera con l’acqua calda senza spanderne il contenuto tanto le sue mani tremavano di una eccitazione che trascendeva il puro interesse accademico. Fu in quel momento che, dimenticandosi completamente del tè e della sobrietà tipica degli studiosi, mi si avvicinò con gli occhi dardeggianti di febbre e mi strinse le spalle con una forza superiore a quella di un uomo della sua età. A pochi pollici dal mio viso incominciò ad investirmi con nomi, note e riti che, al solo udirli, torcevano ogni singola bra del mio stomaco.
Mi parlò del Grande Capro, di un essere dalle sembianze perverse che univa ali di pipistrello e testa di polpo su un corpo umanoide, ma enorme e di un verde repellente. Mi accennò di culti perduti e, seppur non riesca a ricordarmi una singola parola di quello che mi disse, mi spiegò anche che il culto dell’Uomo Nero, qualsiasi cosa fosse, non era morto o dimenticato ad Arkham.
Spero che queste mie parole siano un detrimento sufficiente alla lettura: chiunque leggerà mai questo sconclusionato diario è ancora in tempo per fuggire e mettersi in salvo.
Le mie parole sono un monito e hanno lo scopo di mettere in guardia da qualcosa di cosí terribile, oscuro e malato che, ancora oggi, mi fa evitare qualsiasi ombra, temere ogni rumore e mi lascia insonne.

Capitolo 13

Nelle strade si respirava un’aria fredda carica d’umidità. I venti della costa sembrava portassero la salsedine fin dentro i vicoletti di Arkham e la città mi sembrava piú cupa e desolata di come non l’avessi mai vista. Arrivato di fronte all’abitazione del dottore, un basso edificio dal tetto spiovente, riuscii quasi a percepire uno strano alone tetro che alleggiava intorno alla casa. Passai le mani sugli occhi per cercare di togliere quella disturbante sensazione, con il solo effetto di irritarli ulteriormente. Diedi la colpa alla febbre cerebrale che avevo avuto, doveva essere quello.
Con un profondo respiro incominciai a cercare qualche indizio nei dintorni della casa. Qualcuno, molto probabilmente la moglie, aveva messo il lutto alla porta. Le imposte erano per lo piú chiuse e un desolante silenzio sembrava trasudare da quell’abitazione. Nonostante sapessi fosse un tentativo inutile, perché consapevole che nessuno vorrebbe parlare con uno come me, dallo sguardo spiritato e che indaga su strane storie riguardanti boschi e riti blasfemi, provai a suonare il campanello.
Non ricevendo nessuna risposta, feci il giro dell’abitazione: forse avrei trovato qualche traccia. Ormai avevo preso l’abitudine di procedere per tentativi mettendo insieme, alla meglio, i pezzi del puzzle che avevo a disposizione. La porta sul retro presentava graffi profondi quasi un pollice sia sul legno che sulle parti metalliche. Conoscevo fin troppo bene quei segni e non erano certo opera di qualche cane randagio. Iniziai a sudare freddo, mentre mi assaliva l’ansia che l’abitazione del dottore fosse sotto controllo.
La paranoia, che guidava da giorni la mia vita, mi fece voltare con molta circospezione. Alle mie spalle, al posto del nugolo di criminali pronti ad aggredirmi che mi ero immaginato, c’era solo un poliziotto che compiva il suo giro di ronda. Ora non potrei mettere la mano sulla Bibbia, visto che sole mi stava accecando, ma giurerei di aver notato un viso familiare sotto il cappello d’ordinanza.
Il resto della casa non presentava nessun elemento fuori dall’ordinario, cosí scrissi un biglietto alla vedova. All’ultimo minuto, come preso da un’ispirazione estemporanea, aggiunsi di contattare il mio amico Roy per una qualche compagnia canina. Infilai il biglietto sotto la porta e mi allontanai con il cuore pesante; la vista dei profondi graffi sulla porta non poteva che portare ad una conclusione: notti funestate da rumori raccapriccianti e lugubri passi nel giardino e sul tetto.
Visto il relativo buco nell’acqua fatto nella casa del dottore, mi recai a passo svelto allo studio, ultimo luogo dove la vittima era stata vista. C’erano i sigilli alla porta, ma con un temperino li tolsi ed entrai facilmente. Sembrava che non fosse stato fatto nessun rilevamento: la sala d’attesa era in ordine e ogni cosa sembrava al suo posto. Non sembrava essere avvenuta nessuna aggressione, cosa che, ovvio, non poteva essere cosí.
Per procedere con il lavoro, avevo bisogno di indizi, di capire dove era stato aggredito e tutta la dinamica dell’omicidio. Salii le scale che portano allo studio vero e proprio, i vecchi gradini di legno scricchiolavano ad ogni passo spezzando il silenzio tombale dell’ambiente.
Mi resi conto che ad ogni gradino mi fermavo, tendendo l’orecchio verso qualcosa che non sarebbe avvenuto. Non ero certo un principiante delle scene del crimine, ma quello che stavo vivendo influiva sulle mie azioni rendendomi un novellino. Una
strana cautela era filtrata nel mio agire quotidiano, fino a quel momento energico e sprezzante. Quando finalmente aprii la porta dell’ambulatorio, vidi chiari i segni di una colluttazione: la stanza sembrava essere passata in mezzo ad un uragano.
Il pavimento era pieno di macchie di sangue, libri e strumenti medici. Non c’erano dubbi: qui avevano preso il dottore! Cercai altri indizi, ma non trovai niente. All’improvviso ebbi un giramento di capo, probabile conseguenza degli shock dei giorni scorsi, cosí violento che mi costrinse a sedermi sul pavimento. Da quel punto di vista notai qualcosa infilato nella fessura fra due assi sotto il lettino delle visite. Con fatica mi allungai a controllare cosa fosse: con mia grande sorpresa mi trovai davanti un paio di denti.
C’erano andati pesante.
Strano che la polizia non avesse rilasciato dichiarazioni in proposito ai giornali. Dopotutto era un medico stimato e la sua vita sembrava fosse irreprensibile.
Come mai qualcuno, si era introdotto nel suo studio e lo aveva riempito di botte e poi ammazzato? Cosa poteva aver fatto un innocuo vecchietto come lui?
Mentre cercavo delle risposte a queste domande mi sedetti sulla poltrona di pelle davanti alla scrivania. Mi resi cosí conto c’era un particolare che non tornava: la colluttazione doveva essere stata violenta, ma la posizione della poltrona era troppo distante dalla scrivania, come se il dottore se ne fosse allontanato.
Aspettava l’arrivo di qualcuno? Aveva cercato un’arma per difendersi? O, semplicemente, si era allontanato da una cosa che voleva nascondere?
Aprii il cassetto della scrivania e mi ritrovai davanti un fazzoletto con le sue iniziali, una fiaschetta ed una busta di carta.
Possibile che la polizia non avesse perquisito la stanza?
Lasciai il fazzoletto, ma mi misi, meccanicamente, la fiaschetta nel taschino.
La busta, invece, la aprii subito: dentro c’era un foglio di carta scritto con calligrafia incerta:
«Stanno arrivando, moglie mia perdonami, ho fatto tutto quello che potevo, non ce l’ho fatta, loro sono troppo forti. Tieni questo fazzoletto come mio ricordo di quando eravamo giovani e felici… sono una persona migliore di come possa sembrare ora, migliore di come mi faranno sembrare.
Ti amo.»

Appendice B

Il buio ha una consistenza quasi gommosa. Sento il gusto ferroso del sangue in bocca e le labbra gonfie. Ogni movimento, anche minimo, produce un dolore terribile.
Muovo la lingua e sento le corone spaccate degli incisivi o un buco carnoso dove dovrebbero esserci i denti. Prima di svenire vomito e il liquido acido mi passa sulle gengive piagate e sulle ferite della bocca colandomi sulla guancia. Non mi interessa. Il buio si fa asfissiante.
Svengo.


La foresta è lugubre a quest’ora della notte. I profili delle pietre sono denti di una creatura preistorica che cerca la sua via sulla terra. C’è la luna piena, ma la sua luce non riesce a penetrare le fronde scure degli alberi. Solo pochi, sparuti, raggi lunari raggiungono l’enorme altare di pietra attorno a cui stiamo in vigile attesa. Su di esso una persona è stesa, rassegnata e docile come un agnellino. O solo svenuta. La fiamma della torcia che brucia al di sopra della mia testa mi fa colare sudore acido dalla fronte.
Il silenzio tombale mi rimbomba nelle orecchie. Stiamo aspettando colui che  celebrerà il rito. Stiamo aspettando il momento giusto.


Mi ridesto. In bocca il gusto ferroso del sangue venato dall’acidulo del vomito. Lo stomaco incomincia a ribellarsi. Provo un piacere perverso nel sentire il fresco massaggiarmi la carne indolenzita. Il freddo della roccia è una benedizione. Intorno a me il silenzio. Non riesco ad aprire l’occhio sinistro, mentre con quello destro arrivo al massimo ad una fessura. Nelle orecchie ho un tambureggiare costante ed irritante. Quando capisco che è il mio cuore che pompa all’impazzata, svengo.


La luna è quasi in posizione: si sta avvicinando il momento in cui si celebrerà il rito. Il silenzio è rotto da un leggero rumore di passi. Non ci è permesso guardare, non ancora. La cecità dell’uomo prima della rivelazione astrale. Cosí dev’essere e cosí sempre sarà. I passi si fermano e sulla foresta cala un silenzio innaturale, come se avessero calato il sipario del teatro. La quiete viene interrotta dalle prime note della cantilena propiziatoria: dapprima è un suono indistinto e solitario, poi prende corpo quando altre voci si aggiungono alla prima. Il momento della rivelazione è iniziato. Quando è il mio turno, alzo la testa, tolgo la tunica dagli occhi e incomincio a cantare. Sento la pittura  solleticarmi la carne. Ognuno di noi ha il viso pittato allo stesso modo: strisce e punti di colore rosso. Il cerimoniere, invece, indossa l’abito bianco, ha il capo completamente rasato e dipinto di rosso acceso. La luce della torcia lo rende simile ad una testa fiammeggiante.
Alcuni fratelli alle sue spalle incominciano a battere sui tamburi e accompagnano le invocazioni con pattern ritmati e in crescendo, mentre altri, che prima non avevo notato, iniziano a suonare il flauto. Le melodie sono di una bellezza deviata. Asincrone. Come se fossero variazioni sul tema dell’intervallo del Diavolo.


Mi risveglio di nuovo. L’oscurità mi chiama e sento il desiderio di cedere alle lusinghe di un lungo sonno. La testa mi fa impazzire. Dal vento freddo sulla pelle direi che sono all’aperto. Apro l’occhio destro e vedo delle confuse macchie nere e arancioni danzarmi nel campo visivo. Non capisco cosa sia tutto quel rumore: ci sono dei ritmi forsennati di tamburi e delle incomprensibili, ma terribilmente blasfeme, invocazioni. A questo si sommano i flauti, che stanno suonando melodie stonate e incoerenti. Il mescolarsi delle melodie e delle voci crea sonorità terribili.
Vorrei svenire, ma non ce la faccio. Il mantra che stanno recitando mi fa gelare il sangue e sento l’acido che anticipa i conati di vomito. Ho le gambe contratte da crampi spaventosi. Temo per la mia vita.
O Dio, aiutami tu!


Iä! Shub-Niggurrath! Il nero Capro della foresta dalla prole innumerevole! Ripetiamo questa invocazione cosí tante volte che, ad un certo punto, le parole sembrano mescolarsi e creare un nuovo linguaggio, diverso da quello umano. Una lingua talmente aliena da non essere replicabile dall’ugola di una persona. Il tono si alza e tutti i miei fratelli, capo scoperto e fiaccola levata in alto a formare un cerchio di fuoco, ululano l’invocazione a Shub-Niggurrath. Al segnale prestabilito, il coro si riduce ad un gorgoglio degenerato. Il Grande Maestro, di bianco vestito, si avvicina all’altare con le braccia levate. Grida ancora, invoca il nero Capro. Invoca il potente Dio Esterno. Sento le budella torcersi in un sussulto di folle estasi e primitivo, razionale, terrore, ma continuo a recitare l’invocazione. Il Grande Maestro incomincia a declamare i malvagi rituali senza tempo. Una saggezza di epoche passate. L’inenarrabile portata di quelle parole, e il ritmo quasi sibilante di alcuni versi, è tale da investirci tutti: il nostro canto ritorna a farsi veemente.


Cerco di parlare, ma non riesco a muovere la bocca: la mandibola dev’essere rotta in piú punti. Provo un dolore indescrivibile. Persino respirare è difficile e spesso finisco in apnea, da cui riemergo ogni volta con maggiore difficoltà. Con l’occhio buono noto che si sta avvicinando una macchia bianca, sormontata da un punto rosso. Sento recitare formule incomprensibili, ma che trasmettono un orrore cosí profondo che mi metto a piangere come un bambino. Sto perdendo me stesso. Cerco di muovermi e rotolare via, ma è tutto nella mia mente. Mi sento strattonare.  Sono alla loro mercé.


Mi avvicino alla figura larvale sulla pietra e, insieme ad altri tre fratelli le prendiamo le braccia e le gambe. L’uomo, che un tempo era un rispettato dottore di Arkham, giace adesso supino e in lacrime. Almeno credo, visto le strisce lucide sulla faccia tumefatta e sfigurata dai colpi. Il capo è immerso in una pozza di vomito maleodorante. Strattoniamo gli arti, cosí da tenderlo fino allo spasimo. Ogni arto va a posizionarsi esattamente sull’angolo del grande altare di pietra. Per avere una maggiore presa, leghiamo delle corde ai polsi e alle caviglie e lo tendiamo oltre ogni limite. L’uomo rantola, ma ogni parola è incomprensibile. Il vecchio si limita ad urinarsi addosso dalla paura.
Cane rognoso.
Il Grande Maestro, recitando altre formule oscure, si avvicina al corpo dell’uomo con un pugnale enorme. Alza la testa verso il cielo, poi guarda la foresta, e grida come posseduto da Baphomet in persona la formula rituale.
Iä! Shub-Niggurrath! Il nero Capro della foresta dalla prole innumerevole!


Il dolore agli arti è enorme. Sento una forza brutale che mi allarga braccia e gambe, tanto che ho la sensazione che gli organi interni incomincino a spostarsi dalla loro sede. I genitali dolgono come colpiti selvaggiamente. Vorrei gridare, ma le mie parole sono rivoletti di saliva spumeggiante.


Il Grande Maestro abbassa il pugnale e taglia la camicia sporca di sangue del dottore. Il petto magro del vecchio, con i suoi radi ciuffi di pelo grigio, si abbassa ad un ritmo indiavolato.
Incominciamo a gridare compulsivamente il sacro mantra: Iä! Iä!
Il Grande Maestro si avvicina al viso del dottore e sussurra alcune parole. La testa della vittima incomincia a sbattere contro la pietra, tanto che un nostro fratello deve tenerla ferma.
Il cerimoniere passa una mano sul petto e sul ventre e ne sente la tensione; soddisfatto bacia la lama e chiede la benedizione al cielo e alla foresta. Gli occhi, di un bianco perlaceo immerso nel rosso rubino del capo pittato, sembrano vedere mondi ulteriori a quelli del tempo presente.
Sta comunicando con la dea. Il nero Capro.


Dio aiutami!


Il pugnale cala ferale sul corpo dell’uomo, penetrando nello stomaco e aprendo un varco da sotto lo sterno all’inguine. Il Grande Maestro estrae gli intestini dal corpo del dottore e li dispone, caldi e fumiganti, di fianco al torace del vecchio uomo. Nonostante il trauma, la vittima è ancora cosciente e sbavante di pazzia e dolore, tanto da cominciare a tremare come un albero nella tempesta. Tiro la corda del braccio fino a sentire lo schiocco della spalla dislocata. Il cerimoniere, con le mani piene del sangue delle interiora, disegna i simboli benedetti sul corpo dell’uomo: le formule rituali per invocare la dea. Al centro del petto traccia un triangolo fantasma da cui, come dal nulla, nascono dei tentacoli.
Disegnati i simboli rituali, il Grande Maestro colpisce con forza al centro della radice di queste escrescenze. Appena il pugnale penetra nella bianca carne del petto, vedo un fiotto di sangue schizzare e lordare la sua veste immacolata. Le risa isteriche con cui accoglie quel tributo di sangue ci infiammano e incominciamo a celebrare l’avvento di Shub-Niggurrath. Preghiamo per la sua venuta: Iä! Iä!


Mio Dio…


Il vecchio è morto. Non ha compiuto la sua missione e sapeva a cosa andava incontro se falliva. Almeno la sua vita inutile è servita a qualcosa. Dopo di lui ce ne saranno altri, finché Loro non arriveranno. Vedo il Grande Maestro piegarsi in avanti e affondare la mano nel petto del dottore per estrarne il cuore. Lo guarda come un lupo osserva una pecora smarrita. Famelico.
Evoca incantesimi alieni persino alle mie orecchie. Traccia simboli nell’aria e, a piú riprese, china la testa deferente mentre alza entrambe le mani servendo il cuore caldo al vento della notte. Alla fine, dopo aver tracciato con l’unghia un simbolo mistico sulla superficie del muscolo cardiaco, lo addenta: sembra un puma di montagna. Noi cantiamo rapiti dall’estasi suprema.