Abyssus Abyssum Invocat

L’onnipotente Lord Baffon II, adepto del culto perverso della CapraDiddio, ha preso l’immagine di Liza e l’ha rielaborata trasformandola da china su carta in china su schermo.Gli astri si sono piegati al suo volere e noi, Grandi Antichi, plaudiamo al lavoro fatto e invochiamo venti giorni di sacrifici in onore di Cthulhu.

Cthulhu Skan

 

Ricordatevi che il motto è sempre lo stesso:

MAKE CTHULHU GREAT AGAIN

Annunci

Memorie senza tempo

Ricordo. Qualcosa ora ricordo.
Il buio, il silenzio e poi i canti, quei terribili canti. Una nenia insopportabile, senza fine. Il ritmo ossessivo e sincopato, i tamburi che rimbombavano nel sottosuolo, il ticchettio sordo delle ossa che, freneticamente, seguiva quell’oscena musica aliena che pervadeva l’aria.
Il fuoco! Le fiamme! Il sangue!

***

Ho barlumi sparsi, lampi di memoria sbiaditi. Non riesco ancora a ricordare tutto, alcune parti sono un vuoto senza fine, un’assoluta mancanza di luce e di tempo.
Ricordo il signor Graves, i suoi modi distinti e garbati nonostante la paura.
Sento ancora nelle orecchie la sua voce cordiale, priva di accenti, mentre mi chiede se sono il dottor Charles Devine, ricercatore della Miskatonic University, nonché studioso della civiltà sumera.
Lo ascoltai, mi raccontò la sua storia di spettri, o divinità, non sapeva dirmi con precisione, che perseguitavano la sua vita per mano di una banda di folli sanguinari che già si era fatta notare nel Nuovo Messico.
Risposi che non ne sapevo nulla e che avrebbe dovuto rivolgersi alla polizia, se qualche maniaco lo stava minacciando, ma insistette cosí tanto, in modo cosí distinto, pur lasciando trapelare il suo timore, che alla fine cedetti alle sue insistenze.

***

La stanza era quasi completamente al buio, ricordo il brivido lungo la spina dorsale quando, nella penombra, Graves mi mostrò quella maschera in terracotta. A colpo d’occhio poteva sembrare un manufatto sumero, anche se in effetti c’erano dei particolari vagamente inquietanti che non collimavano con le conoscenze che noi accademici avevamo di quella cultura.
Era qualcosa di sottile ed indefinito, avevo da poco letto il saggio di Baltrušaitis sull’arte romanica e sumera e in quella maschera c’era qualcosa di sbagliato.
Sulla scrivania c’era una pila di foglietti imbrattati di sangue. Incredibilmente era scrittura cuneiforme, sembravano messaggi minatori, scritti col sangue. In sumero!

***

Fu un inverno molto freddo. Passavo quasi tutto il mio tempo libero nell’accogliente appartamento del signor Graves. Sembrava quasi che il mio arrivo avesse messo un freno ai fanatici molestatori del mio nuovo amico, dico quasi perché un pomeriggio, aveva da poco smesso di nevicare, qualcuno bussò alla porta. Il mio ospite si alzò per andare ad aprire ma arrivato nell’ingresso lanciò un urlo e lo
sentii cadere.
Corsi in suo soccorso, dalla porta spalancata oltre all’aria gelida entrava un odore insopportabile, nauesabondo, ma ciò che vidi fuori dall’uscio quasi fece perdere i sensi anche a me: sulla candida neve caduta da poco, qualcuno aveva lasciato cinque paia di mani, ancora sanguinanti, collegate le une alle altre da strisce di sangue, a formare una stella, come quelle che disegnano i bambini, solo che qui di
infantile non c’era nulla.
Per fortuna non c’era nessuno in giro, data l’ora ed il freddo, cosí feci riprendere i sensi al mio amico e mi occupai di quell’orrore meglio che potei.
Raccolsi quelle mani recise in un sacco ed andai a gettarle lontano da noi, nel bosco.

***

Graves farneticava, io avevo una bruciatura sul braccio sinistro ed una ferita al collo. Però ero almeno ero lucido. Dovevo capire cosa c’era di vero in quel delirio febbrile. Cosa stava cercando di dirmi?
Il vuoto, la scomposizione della materia. Una tortura senza fine per compiacere Azathot. Parole senza senso, scollegate tra loro e da quei pazzi assassini, scollegate dai sumeri o da qualsiasi altro popolo della terra. Tutto l’orrore dell’universo, l’infausto destino dell’umanità, trascritto in un volume conservato nell’università dove lavoravo.
Forse sapevo di cosa stava parlando, avevo sentito delle voci, che allora reputavo leggendarie, su una conoscenza proibita, nella biblioteca della Miskatonic University, assurdo. Doveva essere assurdo, eppure in qualche modo sapevo che c’era qualcosa di vero, lo sapevo e non potevo fare finta di niente.

***

Come faccio a scrivere? Di chi è la mano che regge questa penna? Mi rendo conto che non può essere la mia, è impossibile. È una mano senza età, di un uomo e non di un bambino o di un anziano. Credo di sapere di chi sia. O meglio, credo che se mi sforzassi potrei ricordare, se solo riuscissi…

***

Stringevo quell’odioso libro al petto, Graves, naturalmente mite, ora sogghignava crudele, dicendo che li avevamo in pugno, io annuii, pensando alle dita che avevo perso, a quella specie di cane mostruoso, uscito dall’ombra, forse fatto di ombra stessa! Un demone evocato da quegli assurdi cultisti. Ero stato piú veloce di loro, come ero cambiato in poche settimane. Come era cambiata la mia consapevolezza.
Sapevo, in quel momento, che una forza sconosciuta stava guidando i miei passi. Mi ero sentito potente, protetto da un’entità superiore che voleva che io sopravvivessi.

***

Arrivò infine la paura. Avevo risistemato il Necronomicon al suo posto, in una teca blindata nella biblioteca universitaria. Era un libro maledetto ma estremamente potente. Grazie a quella conoscenza proibita, assieme al mio maestro, Graves, avevo rapito una creatura del Regno del Sogno.
Eravamo passati al contrattacco: avevamo sfidato Nodens in persona! Sapevo che dietro quella folta barba bianca e quel viso gentile, da signore anziano, si celava in realtà un orrore indicibile, un mostro orripilante che regnava dove l’umanità è piú indifesa, nei nostri sogni.
E cosí lo sfidai, per la salvezza dell’uomo e per la maggior gloria del Grande Sacerdote! Iä! Iä!

***

I ricordi si mescolano e si confondono. Ma sono sicuro di quello che ho scritto.
Mi sembra di avere piú ricordi di quanti dovrei avere, come se avessi i ricordi di qualcun altro oltre ai miei. Forse quelli delle persone che ho incontrato nella fase finale della mia vita, o forse in quella iniziale…
Ignoro chi sia questo Nodens di cui ho scritto poco fa, anche se so di conoscerlo. So che l’ho odiato, l’ho sempre odiato e tutt’ora lo odio. Però so anche che non sono io. Non sono io a conoscerlo e ad odiarlo.
Io non sono piú io. Anche se è la mia mano a scrivere, io non la riconosco. Non è la mia mano. Forse scrivo in un futuro a me distante oppure in un passato oramai remoto. Sono in un tempo fuori dal tempo, non ci sono ancora arrivato eppure ci sono sempre stato.
Le ultime righe sono molto confuse, non sono sicuro di quello che sto scrivendo, cercando di rileggerle le parole si accavallano rendendomi impossibile la comprensione. Ogni lettera segue e scavalca la precedente, in una giostra insensata e senza fine.

***

Che gioia e che dolore, ammirare il supremo Azathoth crogiolarsi al centro dell’universo!
Non ho mai aspirato a nulla di piú alto, eppure sono stato ingannato ed ucciso.
Me lo meritavo.

***

Quelle parole maledette, quei versi inumani dei popoli passati. La mostruosità che si è abbattuta sull’uomo sin dall’alba dei tempi, l’umanità l’ha accolta, l’ha fatta sua. Ne ha goduto ed ancora ne gode, rendendo possibile ciò che la natura aveva negato e proibito. Blasfemi riti contro il Creato, maledizioni per distruggere la vita.
L’inferno per compiacere un mostro amorfo ed idiota. Una creatura nata dagli incubi che lei stesso ha creato.
Il fascino maledetto del peccato. Com’è facile irretire un giovane presuntuoso ed arrogante, quant’è stato semplice prendermi per mano, con l’inganno, certo, per condurmi nell’abisso.
In realtà volevo cadere nell’abisso, sapevo che dovevo essere maledetto, lo sapevo e lo speravo, anche se non me ne rendevo conto. Non ancora.

***

I tamburi| Le ossa umane corrose dai succhi gastrici di abominevoli e gigantesche creature torreggianti sopra di me. Il sangue degli officianti miaschiato al mio ed a quello di altri malcapitati.
I tamburi mi obbligano ad avanzare, la paura mi ferma, ma la vista di tutto quel sangue mi eccita. Io sono stato prescelto, a me spetta l’onore. Il signor Graves mi guarda compiaciuto, lui è il mio maestro ed il mio carnefice. Senza gli abiti vedo chiaramente che non è umano, non completamente almeno.
Il mio corpo svanirà nel nulla, verranno scomposti i miei atomi, però non smetterò di esistere, anzi! Avrò il privilegio di ammirare Azathoth per l’eternità. Iä! Iä!

***

Mentre scrivo la mia storia non so se è la mia parte ultraterrena che obbliga il mio corpo nel passato a farlo o se ancora non è successo nulla, se è solo la profezia di un folle farneticante che, da solo, si condanna all’inferno.
Ciò che so è che per me non c’è speranza, l’orrore che ho visto e che ricordo, sarà il mio castigo ed il mio premio per l’eternità e niente o nessuno potrà cambiarlo, perché questo è sempre stato e sempre sarà.

Conclusioni e retroscena

Conclusosi il primo racconto divino scritto a «diversi tentacoli» riteniamo giusto raccontare un po’ di retroscena. Quel pizzico di curiosità che, da Grandi Antichi come siamo, elargiamo per far impazzire l’umanità.

L’origine

Tutto è iniziato su uno dei nostri blog, è venuta voglia di scrivere qualcosa assieme ed abbiamo deciso di concentrarci su una passione comune, il Solitario di Providence. Entusiasti per aver trovato subito questo punto in comune abbiamo svelato le carte e ci siamo detti quale aspetto dei Miti volevamo affrontare. Magicamente volevamo entrambi scrivere qualcosa sui Mi-go, quegli adoraboli ingegneri alieni gamberosi provenienti da Plutone che tanto hanno scosso i nostri animi nella storia Colui che sussurrava nelle tenebre.
Avevamo lo stesso desiderio, non potevamo ignorare un messaggio del genere!

La stesura

Dovevamo ora decidere come muoverci, lo stile da adoperare. Dovevamo usare i nostri stili, differenti però complementari oppure calcare la mano con lo stile inconfondibile di Lovecraft? Conoscendo i nostri limiti abbiamo deciso di fondere i nostri stili con quelli del Maestro, cosí da far sembrare il tutto piú omogeneo. I risultati possono essere stati altalenanti ma in qualche modo siamo riusciti a mantenere un’omogenea congruità tra i nostri modi di scrivere e vedere le storie. Inizialmente uno era piú portato per le scene d’azione e l’altro per le introspezioni ma con il passare del tempo siamo riusciti dignitosamente a cambiare i ruoli, a scrivere scazzottate e sparatorie, inseguimenti ed incubi ricordando lo stile dell’altro.

L’idea era di creare un’atmosfera che potesse far venire in mente il New England dei primi anni del ‘900, con razzismo e luoghi comuni. Poi questa piega razzista è andata scemando ed è venuta accantonata1, concentrandoci su altri aspetti tipici dell’epoca.
In questo ci è stata utile la nostra consocenza storica e la nostra continua e compulsiva lettura dei Miti.
Il protagonista è un ex militare di origine scozzese con una smodata passione per l’alcool, specialmente quello fatto in casa per richiamare il primo dopoguerra ed il proibizionismo e per rompere, leggermente, lo schema lovecraftiano dell’alcolista invariabilmente non eroe, ma vittima dei suoi stessi incubi: il detective infatti è sí vittima dei suoi incubi ma è anche un eroe. Testardo ed arrogante, sa di dover qualcosa all’umanità, ha preso parte agli orrori della Prima Guerra Mondiale e vorrebbe non vedere piú orrori, vorrebbe che le vittime ed i parenti delle vittime, per cui inizia ad indagare, avessero la giustizia che la guerra ha negato a tutti.
Cosí cominciano le sue indagini, sconclusionate e spezzettate, perché il suo vizio e l’orrore che deve affrontare non permettono delle indagini lineari e corrette.
La corruzione è imperante, le forze dell’ordine ed i media sono parte dell’orrore, forse tutta la classe dirigente di Arkham è coinvolta, solo la scienza e la cultura sono estranee a queste mostruosità, addirittura possono e vogliono combatterla. E cosí, sempre appellandoci a Lovecraft, la positività, destinata a fallire miseramente, si scopre nei professori universitari e nella ricerca della verità. Il professore Richmond si sacrifica per mostrare al detective la portata dell’orrore, l’invocazione di Shub-Niggurath, la dea capro venerata dai Mi-go, signora delle foreste, che annienterebbe l’umanità se mai riuscisse a manifestarsi completamente. Nel mostrare la realtà però, il professore sbaglia, aiutando a far avverare la profezia che vede il protagonista elemento cardine della storia.
La storia si conclude con il detective che assiste ad un sacrificio umano e viene inseguito dai cultisti e dai Mi-go, interessati ai loro esperimenti ed ai loro riti esoterici, lasciando capire che per i personaggi coinvolti non c’è speranza, sono tutti condannati, ma non dicendo niente sulla fine del mondo. Probabilmente qualcosa non andrà per il verso giusto, qualcun altro, anche grazie agli sforzi del detective, si metterà in mezzo, per evitare o almeno rallentare l’orrore cosmico, ma è tutto molto incerto e nebuloso.

Curiosità

  • Ovviamente noi avevamo solo la storia a grandi linee quando abbiamo iniziato a scriverla, avevamo solo una certezza, che si dovesse concludere con la frase «cazzo i Mi-go», perché dopotutto siamo due spiritacci dall’animo goliardico.
  • Il protagonista è un detective perché all’inizio ci piaceva l’idea di scrivere un racconto giallo, poi ci siamo resi conto che nessuno dei due sapeva veramente scrivere un giallo, magari potevamo tentare qualcosa di noir e poi l’horror ci era piú congeniale, ma il detective dalla pelle dura e con problemi di alcolismo è rimasto.
  • Volevamo inserire delle nostre descrizioni nascoste nei personaggi ma non si sa se l’abbiamo ancora fatto.
  • Abbiamo attinto dal Pantheon allargato dei Miti, prendendo, quando serviva da Bloch, per esempio, o da altri, come i Magri Notturni che volevamo con un taglio piú cattivo e pericoloso.
  • Le appendici le chiamiamo simpaticamente frattaglie perché stanno bene un po’ dappertutto e sono solitamente sanguinolente.
  • Frattaglie è una parola che di tanto in tanto usiamo per pubblicare gli articoli ed anche all’interno della storia anche per questo nostro parlare.
  • Siamo abbastanza sensibili agli occhi ed al cinema di Fulci, e per questo quando possiamo inseriamo qualche scena raccapricciante ruotare proprio intorno a queste disgustose ed affascinante palle gelatinose irrorate da piccole venuzze pronte ad esplodere in qualsiasi momento.
  • Ci inviamo messaggi istantanei e mail elettroniche in continuazione, ricoprendo di insulti e bestemmie qualsiasi cosa, condividendo pornografia spiccia e discorsi insensati da cui poi traiamo l’ispirazione per le storie in generale e per i capitoli in particolare. Nei momenti di maggior stanchezza e demotivazione, una buona bestemmia ed un po’ di sana volgarità ci dà la giusta carica per scrivere e riscrivere.
  • Prima di iniziare a pubblicare abbiamo accumulato un discreto numero di capitoli per poterci trovare sempre avanti alla pubblicazione, ma nonostante ciò ci sono stati dei momenti in cui abbiamo rischiato di essere raggiunti da noi stessi.
  • Chiunque può darci suggerimenti ed inviarci materiale per arricchire le storie ed il blog stesso all’indirizzo di posta elettronica che compare nella pagina delle informazioni2.
  • Il progetto dei Grandi Antichi non finisce qui, presto daremo inizio ad una nuova storia!

  1. Dovremmo però ancora avere degli stralci preparatori che sarebbero dovuti funzionare come introduzioni o leganti. 
  2. Se non avete ancora visto la pagina delle informazioni è giunto il momento di farlo. 

Capitolo 19

….tes…. frett…. sod…
Scrivo frettolosamente. La situazione è pericolosa e temo per la mia vita.

Spero che chi leggerà queste parole, se mai qualcuno lo farà, sia cosciente del pericolo che si cela dietro l’ombra oscura della foresta. Quello che sembra una vita fa mi sembrava solo eresia e voci dei pazzi, adesso lo vedo come premonizione e attuale terrore. Il mio spirito è piegato, rotto. La mia mente vacilla mentre l’oscurità partorita dalla grande foresta si è spiegata fino ad assumere le pieghe dell’incubo.

I corpi dei miei conoscenti erano riversi in pose orribili, come se anche la morte si fosse spaventata di fronte a tanta insensata violenza e depravazione. Sentii lo stomaco rivoltarsi e l’acido gusto del vomito salirmi lungo la gola. Vomitai paura, bile e disperazione prima di prendere l’unica decisione razionale di quella sera: fuggire.
Scappai con il cuore in gola e le lacrime agli occhi, disperato mi feci largo fra il fogliame ostile e arbusti resistenti come il più letale del filo spinato. Caddi in diverse occasioni ma, tutte le volte, mi rialzai con un’ostinazione feroce e spinta da un terrore profondo e stordente. Alle mie spalle sentivo i latrati isterici della setta che aveva preso possesso del cuore della foresta.
I rami degli alberi mi ferivano la faccia, tanto da renderla una ragnatela sanguinolenta e dolorosa, e le numerose cadute mi avevano reso lento e claudicante. Ma riuscii a scappare, strappandomi le unghie sulla dura corteccia degli alberi e, cosa di cui mi accorsi solo giusto finalmente in casa, lussandomi una spalla.
Percepivo il respiro affannoso dei miei inseguitori e il rimbombo funereo dei passi. Non mi girai mai, neanche quando, nella folle corsa verso la salvezza, sentii il parlare zanzaroso di quelle orripilanti creature chiamate Mi-go.
Avevo toccato con mano l’orrore nella foresta, ero caduto così in profondità nelle pieghe terribili di quell’incubo che mi sembrava di muovermi in una melassa acida e soffocante. Avevo scoperchiato il Vaso di Pandora, l’orrore era alle mie spalle. Sentivo il terrore strapparmi l’anima da dentro il corpo.
Quando arrivai a casa, piegato da una crisi isterica, mi barricai nelle stanze e mi nascosi negli angoli bui. Le stelle erano ritornate loquaci e mi parlavano. Sentivo il muoversi della bussola magnetica del mondo. Vomitai, per lo più aria. La febbre mi stava divorando vivo, la sentivo bruciare e mordermi il cervello con ostilità. Mi colpii il capo con la mano, gridando di quanto fossi codardo. Potevo sentirmi dire “sparati, avanti fatti saltare le cervella!”, come se fossi fuori dal mio corpo. Cercai conforto nel dolore fisico, così rimisi a posto la spalla con un colpo secco e svenni. Quando mi svegliai la notte era ancora al suo culmine e, in strada, non c’era nessuno. Ero rimasto incosciente per qualche minuto. Una luna triste illuminava a giorno il giardino e le strade che portavano alla mia dimora. Raccolsi tutte le armi a mia disposizione: una Colt con una ventina di proiettili, un coltello e uno Springfield Cal.30 con una manciata di munizioni.
Spostai la poltrona davanti alla finestra, mi posizionai dietro e, nel buio sordo della stanza, aspettai l’orda.

Li sento parlottare davanti a casa. Che mi vengano a prendere, renderò il loro percorso verso l’Inferno più veloce e doloroso. Bastardi!

Il silenzio, dapprima, sembrò il segno divino della salvezza. La febbre mi stava martoriando e sentivo un dolore feroce attanagliarmi le gambe, come se un grosso cane avesse serrato la mascella sui miei arti. Il dolore era talmente intenso che pregai di morire. Ma fuori c’era l’orrore. Fuori da casa mia c’era l’inenarrabile. E mi stava cercando.
Il buio davanti a casa mia si liquefò in una marea di fiaccole e lumi. Davanti a casa mia c’era un muro di fiamme così fitto da darmi la visione dell’inferno in terra. Gridai nel tormento del dolore. Lanciai improperi e veementi accuse. Il muro, silente e abbagliante, non si mosse.
Con il braccio buono alzai lo Springfield sulla poltrona, cercando di mirare a una di quelle bestie demoniache. Il fucile, pesante come non mai, mi cadde sul pavimento. Ripiegai sulla Colt. Avevo a disposizione sei colpi prima di dover ricaricare. Levai una preghiera al cielo, chiedendo, in una pozza di disperazione, che i miei colpi andassero a segno e uccidessi più persone possibile prima che mi catturassero.

Cosa stanno aspettando? Perché non attaccano? Potrebbero prendermi in poco tempo. Perché non mi attaccano? Perché? Cristo, aiutami tu. Fai che la mia mano sia ferma, che la mia mira sia sicura, che la mia coscienza non vacilli.

Dopo qualche minuto, i cultisti incominciarono a cantare. Dapprima emisero un suono gutturale, una nenia quasi inudibile. Con il passare del tempo il canto aumentò di intensità tanto che, anche attraverso il vetro, potei sentire l’abominio che questi pazzi stavano evocando. Un sudore fetido incominciò a bagnarmi la camicia. Puzzavo di disperazione. Raddoppiai la forza della presa sul pistola, tanto la mia mano era incerta e bagnata. Mi scolai mezza bottiglia di moonshine cercando di calmare l’ansia. Ogni rumore, ogni movimento mi facevano dolere gli orecchi e la testa, sentivo la luna tirare le fila delle maree. Digrignai i denti così forte da sentire il sangue scendere dalle gengive, anche se poi mi accorsi che proveniva dal naso. Mi pulii con la manica e rimasi in attesa.
Il muro di fuoco si divise a metà e, nella breccia, si posizionarono due figure di mia conoscenza. Nonostante l’oscurità, la luna mi permise di vedere i lineamenti del poliziotto rosso e la crocchia di capelli che sovrastava la testa della bibliotecaria di Arkham: la Sig.rina Mayflower. Un misto di odio e paura mi torse lo stomaco, lo sentii dolere come se fosse tirato da due cavalli in direzione opposta. La bocca mi si seccò. Mi sforzai di sparare, ma questa dannata febbre mi aveva reso debole…

L’indecisione febbricitante mi fece perdere il momento giusto. I cultisti richiusero il muro di fuoco davanti ai miei due bersagli. La mia vendetta era sfumata. Qualcosa però era cambiato, sentivo le stelle muoversi e i pianeti strattonati fuori dalle orbite. Con occhi ciechi vidi il male che si stava risvegliando e il cambio dei poli. Vidi un pianeta oscuro distante, così incredibile da prendere ogni singolo nervo e torcermelo in un’esperienza tormentata.
L’urlo che si alzò dalle gole di quei pazzi fu una delle esperienze più deliranti a cui ebbi mai modo di assistere nella mia vita. Suoni immondi, nonché parole eretiche, uscirono dalle gole riarse di quelle persone. Una follia così radicata da essere logica. Il canto si alzò di volume fino a diventare un fischio e poi si zittì. Un silenzio tombale calò, come un manto luttuoso, su Arkham. Anche il vento sembrò assecondare il canto e si placò. Tutto il mondo davanti ai miei occhi stava prendendo un’enorme respiro a pieni polmoni.
La quiete prima della tempesta.

Rumori. Rumori sul tetto. Passi. Passi pesanti, strascicati. Unghie che grattano sull’ardesia. Tegole che rotolano e si rompono. Il canto rincomincia, sommesso, quasi beffardo. I passi continuano. Cosa sta succedendo? Dio, cosa sta camminando sopra alla mia testa? Scrivo queste ultime righe e poi nascondo questo diario. Nessuno di loro lo dovrà trovare. Nessuno. Spero in Dio che qualche anima pia si chieda che fine ho fatto e cerchi in casa mia. Prego che trovi queste mie parole. Questo mio avvertimento.
Ancora passi.
Cosa dannazione è?
Un ronzio costante, sembra che mi dica che non succederà niente. Che ci faremo un viaggio.
No. Mai!

Passi. Ancora passi. E quel ronzio terribile.
Che Dio mi aiuti. Ho paura. Quanto vorrei avere quel laudano… quanto vorrei scivolare nell’incoscienza piuttosto che essere spettatore, ancora e ancora, della mia morte

Cazzo, i Mi-go…

FINE

Capitolo 18

I rami erano dita adunche che laceravano i miei abiti e la mia anima. Le due persone che seguivo si muovevano rapide come ombre nell’oscurità. Il silenzio sembrava spezzato solo dai miei passi rumorosi e dal mio ansimare, ma loro sembravano non accorgersene, forse erano troppo distanti. Mi girava la testa e le idee erano troppo confuse. Il cuore sembra dovesse esplodermi nel petto, conati di vomito bloccavano il respiro già spezzato mentre copiosi rivoli di sudore imperlavano la mia fronte. Stavo correndo da un tempo imprecisato, ero sfinito e coperto di tagli e graffi causati dai rami, ma non potevo permettermi il lusso di fermarmi: il poliziotto e l’archivista non davano segni di cedimento… ma erano davvero loro? Non riuscivo a vedere altro che le loro sagome distorte dalla luce lunare, potevano essere altre due persone qualunque nel bosco. Ombre tetre e maligne che correvano da un capo all’altro della mia visuale. Come diavoli neri che si fondono con gli alberi.
Crollai sfinito a bocconi mentre sentivo ridere tra i rami. Le foglie mosse dal vento ghignavano al mio passaggio, mostrando tutta l’ostilità della foresta. Persino i fili d’erba erano rasoi affilati che sembrava mi stagliuzzassero le gambe ed i piedi, mentre il terreno diventava un ammasso fangoso per rendere piú difficoltosa la mia avanzata. La foresta intera era una trappola, una trappola cosmica ed aliena. Il sangue grondava dalla vegetazione, sangue di innocenti, sangue di disperati. Questi alberi erano stati nutriti con il nostro sangue, con questa costellazione di morti violente e follia. Ero dentro all’orrore!
Le ferite nel petto si riaprirono all’improvviso lordandomi la camicia di sangue, bruciavano come se avessi avuto dei tizzoni ardenti infilati dentro, dovevano essersi infettate perché sotto la pelle si era creata un’incordatura che sentivo propagarsi lungo tutto il corpo come una stella marina. Dovetti lottare contro me stesso per superare le contrazioni muscolari che mi stavano bloccando a terra. Un grido di dolore scappò dalle mie labbra squarciando la notte ed il velo dell’ombra della fitta vegetazione. Assurde nenie, suonate presumibilmente con flauti alieni venivano accompagnate da ritmiche ossessive di tamburi primitivi.
L’angosciante musica entrava nelle mie terminazioni nervose, nella mia anima, obbligandomi ad alzarmi, rendendomi una marionetta governata da invisibili fili che mi strattonavano violentemente. Meccanicamente arrivai nei pressi di una radura illuminata da fuochi multicolore. L’osceno gioco d’ombre generato dalle fiamme rendeva riuscire a vedere qualcosa e così, non appena fui liberato dalla malìa musicale che mi aveva condotto lì, venni colto alla sprovvista.
Un bruto con un manganello mi colpì alla nuca, facendomi quasi svenire, per istinto estrassi la pistola dalla fondina e sparai alla cieca. Il gorgoglìo che seguì l’inaspettato boato mi fece capire che avevo fatto centro. Il problema era che non era solo. Ero circondato da figure incappucciate che si avvicinavano sempre più minacciose. Non avevo colpi per tutti, inoltre mi sentivo intontito per la botta ricevuta ed il sangue perso. La camicia, oramai cremisi aderiva viscidamente al mio corpo, le gambe stavano per cedermi e gli oscuri figuri erano sempre più vicini e minacciosi.
Uno di loro parlò, disse qualcosa sulla mia importanza lì, disse che ero indispensabile per il rito, che avevo dimostrato di essere pronto per essere sacrificato. Loro, i Mi-go, volevano prelevare il mio cervello per studiare non so che cosa. L’avrebbero messo in un cilindro metallico e l’avrebbero collegato da qualche parte, per vedere per sempre le mie sensazioni mentre venivo sacrificato per Shub-Niggurath.
Quel mostro aveva visto dentro di me, in qualche modo ero collegato con lui, con lei. Non capivo, non potevo capire, come il dottor Smithson prima di me, così mi disse la figura incappucciata. Trasalii sentendo quelle parole e quasi mi soffocai con un rigurgito quando mi fecero vedere la vedova Smithson ed un uomo che ricordava il mio amico Roy, legati ad una pietra con le viscere di fuori ed il volto sfigurato dal dolore e dalla pazzia.

Capitolo 17

Ci scuotemmo dal torpore solo quando la registrazione finì in un gracchiante raspare. Solo in quel momento Dempsey II ed il sottoscritto ci accorgemmo di quello che era successo. La finestra spalancata e il cadavere del povero cacciatore sfracellato sul selciato sottostante erano la prova inconfutabile degli avvenimenti. Mi ritrovai a pensare, in maniera ammetto poco rispettosa verso il fresco defunto, che i collegamenti fra i vari pezzi del puzzle sembravano sempre più chiari. Su Arkham gravava una grande minaccia, questo era certo. Quelli che Richmond aveva descritto come “gli scienziati” dei Grandi Antichi erano effettivamente sul nostro pianeta e avevano preso la foresta nei dintorni di Arkham come base operativa. Adesso, grazie alle competenze di Dempsey e alla conferma dello sventurato cacciatore, avevamo potuto attribuire un nome alla minaccia che stava avvolgendo, in spire sempre più mortali, Arkham: i Mi­go. Gli scienziati dei Grandi Antichi. Molta gente era caduta nelle trame di questi esseri e c’era una comunità che, in silenzio e nell’ombra, tramava per far cadere la città sotto il controllo di questi esseri. La polizia sembrava coinvolta più di quanto credessi ed il poliziotto rossocrinito era sicuramente uno informato sui fatti.
Solo un’altra persona tormentava, peggio di quel viscido rappresentante della legge, i miei pensieri: la donna misteriosa. Colei che aveva parlato in quella riunione segreta nel centro della foresta. Colei che, a quanto sembrava, era uno dei capi di questa setta di depravati, assassini e maniaci. Esposi il mio pensiero ad uno stranito Dempsey il quale, alternando lo sguardo da me al cadavere maciullato quattro piani sotto di noi, concorda in larga misura con le mie ipotesi. Mi disse che nelle settimane precedenti aveva parlato con Richmond in merito ad una recrudescenza del culto dei Grandi Antichi nelle foreste di Arkham e la mia testimonianza non è altro che una conferma alle loro ipotesi più oscure. Spiegai al Professor Dempsey II il mio piano d’azione, richiedendo un suo aiuto dietro le quinte. Lui acconsentì ad aiutarmi e, con la promessa di risentirci nei prossimi giorni per ulteriori aggiornamenti, ci lasciamo per dirigerci alle rispettive occupazioni: lui prese il telefono per avvertire la polizia, il carro funebre e cercare di trovare una spiegazione plausibile all’evento. Io dovevo dare forma al mio piano. Quella notte mi rifiutai di cedere al sonno, troppe informazioni erano premute nel mio cervello: come cercare di riempire una piccola botte con troppa melassa. Per questo motivo passai le ore sveglio a pulire la mia fedele Colt, ripassare la mappa della foresta e mettere a punto un piano per pedinare il poliziotto rosso. I giorni successivi li sfruttai per segnarmi le abitudini del pedinato: orari, spostamenti, eventuali abitudini e tutto quello che poteva essermi utile. Dagli appunti non ricavai nessuna informazione degna di nota, la vita del rosso era un susseguirsi di eventi monotoni fatta di pause caffé, ronde cittadina e pranzi nella vicina tavola calda. L’unico momento fuori dall’ordinario erano le frequenti visite alla biblioteca e al giornale. Non era un evento strano per un poliziotto, poteva avere una passione per la letteratura, ma anni e anni di investigazioni mi avevano instillato un certo fiuto. Mi segnai queste visite sottolineandole più volte.
Dopo gli appostamenti decisi di passare all’azione e incominciai a pedinarlo in maniera più attiva. Seguii il Rosso nelle sue attività quotidiane tenendomi ad una distanza di sicurezza. L’ultimo passo fu quello di seguirlo fino a casa. Decisi che quello era il luogo dove potevo vedere il mio sospettato numero uno agire senza la pressione del suo ruolo sociale. In casa si sarebbe espresso con tranquillità, senza maschere.
Il Rosso abitava in una casa unifamiliare poco distante dalla Stazione di Polizia. Un gran vantaggio per un tutore della legge. Una siepe rigogliosa teneva la casa al riparo da occhi indiscreti e un cancello di metallo lavorato chiudeva un piccolo giardino davanti alla veranda. Rimasi sordo a qualsiasi accenno di buon senso, entrare nella proprietà privata di un poliziotto era un buon modo per farsi sparare, e strisciai come un’ombra verso le finestre del piano terra. Le prime due davano su cucina e soggiorno e, grazie alla luce di alcune lampade, non sembrava esserci niente di particolare. I due ambienti erano arredati in maniera spartana, poche cianfrusaglie o tocchi femminili. Il soggiorno non aveva suppelletili, se non una grande libreria con diversi pesanti volumi rilegati. Le due stanze erano in ordine, perciò immaginai l’opera di una donna delle pulizie. Il Rosso non sembrava il tipo da scopa e olio di gomito. Alzandomi leggermente vidi il poliziotto al tavolo, da solo. Stava mangiando qualcosa che, a giudicare dalla ricchezza del piatto, era stato preparato e lasciato in caldo dalla governante. La casa era immersa nel silenzio.
Non trovando niente di compromettente nella cena dell’uomo, mi spostai sull’altro lato della casa e scrutai dall’unica finestra che dava sul cortile. La stanza era immersa nell’oscurità, se non per una leggera luminescenza fornita dalla luna alle mie spalle e lo sbaffo di luce che penetrava da sotto la porta. Questo particolare mi fece collocare la stanza in posizione adiacente al soggiorno. Cercai di fendere l’oscurità ma era difficile dato il riflesso della luna sul vetro. Mentre mi alzavo e mettevo le mani a coppa per vedere dentro la stanza, sentii lo squillo del telefono all’interno della casa, subito seguito dal rumore di passi e dalla voce del poliziotto. Non riuscii ad afferrare la discussione che terminò in breve tempo. Il resto si svolse nell’arco di un battibaleno. Sentii il poliziotto spostare i piatti in cucina e poi udii il tonfo sordo dei passi sul pavimento. Si stava preparando ad uscire.
Stavo già lamentandomi per la sfortuna quando, seppur per un periodo brevissimo, il Rosso aprì la porta della stanza a cui ero affacciato. La luce fioca aumentò immediatamente illuminando una serie di apparecchiature dall’aspetto sinistro e due file da tre cilindri metallici ciascuna. Lui non mi vide, vuoi perché non stava cercando spie, vuoi perché l’adrenalina mi aveva spinto a terra come neanche le bombe della prima guerra mondiale avevano fatto. Quando la porta della stanza si richiuse e sentii i passi dell’uomo sulla veranda, capii che il piano stava prendendo una direzione inaspettata.
Avevo progettato di investigare all’interno della casa del poliziotto, ma la telefonata e l’uscita notturna potevano essere qualcosa di molto più importante. A malincuore lasciai alle mie spalle quelle strane apparecchiature e mi incominciai a pedinare l’uomo lungo le vie scure di Arkham. L’uomo si fermò solo una volta in periferia. Qua rimase in attesa di qualcuno per quasi venti minuti. Stavo già pensando di aver preso un colossale granchio e che si trattasse solo di una scappatella innocua, quando un’ombra apparve sul selciato illuminato. Un’ombra lunga e minacciosa. Percepii un brivido freddo scendermi lungo il collo e, in maniera del tutto naturale, misi la mano sulla fondina con la pistola. Attesi finché, dalle ombre della notte, apparve la persona che il Rosso stava aspettando. L’oscurità e la distanza rendevano difficile scorgere con esattezza l’identità della persona, ma quel profilo da mustelide l’avevo già visto diverso tempo fa…
Quando i due cospiratori si mossero verso la foresta, il pedinamento mutò forma e diventò un’immersione nell’abbraccio scuro della foresta di Arkham e da qua nel cuore pulsante di questo mistero.

Appendice C

Sergente Marvin Smith. Questo è il suo nome. O meglio questo è il nome con cui si è presentato da me. Quella lettera di presentazione era ovviamente falsa.
L’avevo capito subito. Avevo capito anche che il richiamo disciplinare che stava portando per me era falso. Ho preferito far finta di stare al suo gioco. Ho sbagliato. Ho commesso l’errore peggiore della mia vita.
Se avessi ascoltato l’istinto, avrei preso la pistola ed avrei sparato. Certo ora sarei in carcere o chissà, però ci sarebbe stato un barlume di speranza e non la certezza  della morte.
Che venga, che vengano tutti. Non li farò giocare con la mia carcassa senza essermi “divertito” prima io. Loro si aspettano un povero e vecchio poliziotto ormai prossimo alla pensione. Non sanno di trovarsi di fronte ad un vecchio scozzese, solido e resistente come una quercia!
Ricordo, lui si è seduto sulla mia poltrona ed ha iniziato a parlarmi. A raccontare  favole per spaventare i bambini, mi ha anche proposto di unirmi a “loro” prima di intimarmi a farmi da parte. Unirmi a loro, gli ho chiesto, chi erano loro. E lui in tutta risposta ha fatto uscire una risata cattiva da quella sua bocca storta ed ha indicato il soffitto, sussurrando qualcosa sulle stelle. Lo sguardo spiritato e le unghie sporche indicavano chiaramente che fosse un povero derelitto, però le carte per quanto false erano firmate e timbrate. Pensavo di dover prendere tempo, ma non ritenevo saggio assecondare questo delirio. Volevo anzi farlo arrabbiare per poter capire quale losco affare si celasse dietro quella farsa. Sicuramente qualche cartello criminale voleva un corpo di polizia piú che malleabile.
Lo feci arrabbiare, lo insultai e lo minacciai, speravo di farlo parlare. Non potevo immaginare che succedesse tutto questo. Lui si rabbuiò, estrasse dalla tasca degli ossicini e un mucchietto di polvere rossastra. Gettò quelle cianfrusaglie sulla scrivania, sorrise soddisfatto e con un fiammifero diede fuoco alla polvere che iniziò a fare un fumo rosso, denso ed acre dal quale si sembrò si staccassero dei pezzi di ombra urlanti!
Quelle ombre erano delle entità vive e in qualche modo comunicavano con me. Ebbi l’impressione di capire chi fossero i “loro” di cui parlava il sergente. Mi spaventai, provai piú paura di quanta ne abbia mai provata in vita mia e scappai.
Corsi via.
Ora sono qui, in attesa, scrivo questo flusso di pensieri sul mio taccuino per schiarirmi le idee e sperare che qualcuno possa fermarli. Comunque io sono pronto ed armato, chiunque di “loro” proverà ad avvicinarsi assaggerà il mio piombo. Finché io sarò in piedi non ci sarà pazzo o mostro a minacciare Arkham!

***
Ecco il corpo dello stupido Tenente Harvey MacFadden. Pensava che scherzassi. Sono stato anche piú misericordioso di quanto non lo sia stato con gli altri. Aveva la possibilità di chiudere gli occhi o di unirsi con noi. I Magri Notturni glielo hanno confermato. Doveva andarsene o unirsi. Non aveva senso combattere. Stupidamente ha reagito ed i Magri lo hanno afferrato e squarciato. Urlava e piangeva come un maiale al macello. Patetico. Credo che nessuno indagherà mai sul corpo dilaniato del Tenente MacFadden.
Di sicuro non io.

Capitolo 16

Non sono sicuro di poter descrivere con lucidità quello che è avvenuto nelle settimane successive alla morte del Professor Richmond.
Quando il rito finì, tutto quello che vidi era alla stregua di un sogno. Il sangue sull’erba e il dolore feroce che stringeva la testa come un cerchio, recitavano un’altra versione: quello che era accaduto era vero. Qualcosa, o qualcuno, aveva ucciso il Professor Richmond e, ringrazio Dio per questo, aveva risparmiato me.
Erano settimane che continuavo a ripetermi che ciò che avevo visto, l’essere caprino, il male assoluto, non erano altro che visioni date dalla febbre. Ma intanto continuavo a nascondermi dalla mia stessa ombra.
Dopo due settimane di malessere e un’irrazionale paura, che mi aveva spinto a dormire con i lumi della casa accesi, avevo ripreso a svolgere la mia professione di investigatore. Solo casi di consulenza e nessuna investigazione sul campo. Non ero pronto ad uscire di casa.
La monotonia delle consulenze finì, però, quando il secondo mercoledì dopo la morte del Professore, non si affacciò alla porta un certo Herbert Goodmann.
L’uomo era un cacciatore di mezza età, pelle scurita dal sole e un tic facciale che gli faceva strizzare gli occhi nei momenti di stress. Cosa che, nel corso della conversazione, avvenne sempre più spesso.
L’uomo si presentò per riferirmi una conversazione a cui, inavvertitamente, aveva preso parte. Aveva scelto di contattare me perché, quello che avrebbe raccontato, non era materia da polizia. Inoltre, mi disse, l’argomento mi avrebbe riguardato da vicino.
L’uomo disse che era andato nella foresta vicino ad Arkham per raccogliere dell legna da ardere e procurarsi un po’ di selvaggina. Il particolare della foresta fece trillare un campanello nella mia testa, risvegliandomi da quella innaturale apatia.
L’uomo continuò il racconto dicendo era uscito dal sentiero per andare a controllare delle trappole. Aveva appena finito di rimettere in ordine alcune trappole per tordi, quando sentì delle persone parlare nel mezzo della foresta. Senza pensarci, troppe volte la polizia l’aveva fermato per bracconaggio, si era accovacciato nel sottobosco in silenzio. Da quesa posizione aveva potuto origliare, inosservato, alcuni estratti della conversazione che si stava tenendo fra tre persone.
La prima, la cui voce sembrava quella di un uomo raffreddato o con un notevole difetto di pronuncia, continuava a porre domande. Herbert sottolineò più volte un fattore: la voce era misto fra parole e ronzio. Il tono non ammetteva repliche.
Herbert mi riportò quello che si ricordava: “Cosa ne… compito… Dottore?“. Il resto della conversazione erano richieste, fra cui una terminava con la parola “morte… investigatore“.
Uno degli interlocutori della voce ronzante disse che il Dottore aveva fallito e l’uomo non era morto. Era una voce femminile. Herbert mi disse che non l’aveva mai sentita prima d’ora, anticipando la mia naturale domanda.
Una seconda voce intervenne ed il cacciatore mi disse che quella gli era familiare. Aveva già sentito quel timbro quando era stato fermato dalla polizia, qualche mese prima, per bracconaggio. La voce nella foresta apparteneva ad uno degli agenti che l’avevano arrestato: un uomo dai capelli rossicci e un fare untuoso.
Il particolare fece trillare, di nuovo, un campanello di pericolo nel retro del mio cervello. Una mia conoscenza, l’uomo che più sospettavo di insabbiare gli elementi dei casi di sparizione, era presente in una conversazione sospetta. I temi trattati: morte, compiti, uccisioni e, ultimo ma non meno importante, il mio coinvolgimento, non erano certo meno pericolosi.
Gli chiesi cosa avesse detto l’uomo. Herbert, strizzando gli occhi in maniera quasi spasmodica, mi riferì in breve che l’agente rossiccio aveva detto che “Dottor Smithson aveva fallito…” la fronte dell’uomo si aggrottò cercando di ricordare le parole. Quello che ne uscì era un misto di mugugni e qualche informazione utile come “l’uomo non era morto” o “Laudano” e “Sacrificio del dottore…“.
Herbert si scusò, ma non poteva aggiungere altro. Le voci diminuirono di volume e non potè più sentire niente di quello che stavano dicendo. Rimase nascosto fino a molto dopo che i tre se ne furono andati e poi se ne tornò a casa. La decisione di venire a parlarmi era venuta spontanea. Due particolari rimanevano oscuri: chi era la donna? E, soprattutto, chi era la persona con la voce ronzante e perché aveva spaventato così tanto il cacciatore?
All’improvviso mi ricordai alcune delle informazioni che mi aveva detto il Professor Richmond sugli esseri ancestrali. Ad un certo punto mi aveva detto che alcune creature erano venute da oltre Nettuno. Ma quale era la particolarità?
Il cervello mi bruciava mentre cercavo di ricordare. Volavano? Probabile. Macchine strane? Forse. La voce! Ecco, mi aveva detto che questi esseri inumani avevano appreso il nostro linguaggio mimandone i suoni ed emettendo una sorta di frequenza ronzante che assomigliava a parole umane disturbate.
Il cuore si fermò nel petto.
Razionalmente mi veniva da propendere per il saggio adagio che diceva: la soluzione più giusta è solitamente la più semplice, questo significava che l’uomo che parlava era a tutti gli effetti solo raffreddato.
Ma ormai non avevo visto più di quello che una persona poteva immaginare? Nonostante fosse solo un’intuizione, la descrizione sembrava combaciare. Una domanda rimase nell’aria, inespressa: perché ero sicuro che ci fosse più di quello che saltava agli occhi?
Come un drogato in una fumeria d’oppio, mi alzai barcollando e strattonai il cacciatore. Un’idea si era insediata nel mio cervello e avevo bisogno del suo aiuto. Dovevo portare l’uomo all’Università e parlare con l’unica persona che poteva aiutarmi.
Grazie alla frequentazione con il Professore Richmond ero venuto a conoscenza di alcuni stimati luminari e studiosi dell’Università, fra cui il Professor Michael Dempsey II.
Il Prof. Dempsey era un ricercatore e studioso della sapienza antica, per quanto questo concetto, a me, era più che mai oscuro e astruso.
In una delle molteplici conversazioni con il Professor Richmond, questi mi aveva segnalato il Prof. Dempsey II come un suo collega fidato e, parole sue, “stimato conoscitore di ciò che non si può vedere“.
Quando ci presentammo al Professor Dempsey, questi era immerso in una profonda conversazione con il suo collega Bradley Howard a proposito di un ritrovamento nelle province costiere poco lontano Arkham.
Quando ci videro, il Professor Howard salutò cordialmente e ci lasciò soli con Dempsey.
Spiegai la situazione al Professore e, unendo tutti gli elementi che avevo raccolto nei mesi precedenti grazie alle mie investigazioni e all’aiuto del Professor Richmond, delineai uno sfondo per la successiva testimonianza del Sig. Goodmann. Il povero cacciatore raccontò di nuovo la sua storia, ma era ormai un groviglio di nervi tesi e la faccia era tutto uno spasmo.
Il Professor Dempsey, intuendo lo scopo della mia richiesta, tirò fuori una matrice e la mise su un giradischi. Il suono era gracchiante e disturbato, ma fra i solchi si percepiva una voce strana: come se il ronzio di migliaia di mosche stesse formando delle parole.
Quella testimonianza uditiva fu terribile. La voce, disturbata e distante dal microfono, non aveva perso la sua perversa essenza inumana. Un terrore ancestrale mi colse e mi tappai le orecchie spaventato ma affascinato in maniera quasi morbosa dalla devianza di quella voce ronzante.
Quello che successe dopo si risolse in un battibaleno. Dempsey, rapito dalla malvagità e innaturalità di quelle parole, non fu in grado di intercettare il cacciatore che, gracchiando parole incomprensibili, corse alla disperata contro l’unica grande finestra della stanza gettandosi di sotto.

Capitolo 15

Sentivo di poter affrontare, assieme al professore, gli orrori che mi stava raccontando. Pensavo che insieme saremmo stati abbastanza forti da distruggere  questa congiura. Non avevo io da solo già sistemato i balordi che mi avevano aggredito? Con la conoscenza del mio anziano collaboratore sarei sicuramente riuscito a distruggere ogni avversario, anche quelli innominabili! Decidemmo di tornare nel parco universitario perché le antiche mura della biblioteca o dello studio del professore ci opprimevano. Era come se la luce avesse assunto un aspetto minaccioso, le ombre formate dalle lampadine avevano un aspetto malvagio. Non potevano fare quello che dovevamo fare al chiuso.
Richmond avvoltolò in un panno il temibile Necronomicon ed uscimmo.
Mai avremmo potuto immaginare quello che sarebbe successo. Col senno di poi questa scelta fu probabilmente la peggiore anche se non si può dire cosa sarebbe potuto accadere in un altro luogo.
Ci sedemmo a terra, l’erba umida dava una sgradevole sensazione di freddo che penetrava nelle ossa e dall’osso sacro arrivava sino alla nuca, ma avevo già vissuto questa sensazione, potevo sopportarla.
Il professore sembrava meno a suo agio, ma forse era a causa del suo ingrato compito. Leggere, e tradurre per me, un’orribile invocazione per poter distruggere la mostruosità che era alla base del culto che stavamo affrontando. Mi diede un pezzo di carta con qualche scarabocchio a penna, per la mia incolumità mi disse, che accettai senza fiatare. Non era il momento degli scetticismi o di tentennamenti di qualsiasi genere. Cosí iniziò a leggere, bisbigliava in spagnolo e poi traduceva in inglese con voce stentorea. Le foglie tremavano ad ogni sillaba che pronunciava.
I miei nervi cominciarono a cedere perché quello che stava leggendo era quello che avevo sentito nel bosco la prima volta che svenni. «Iä! Shub-Niggurath! Il nero Capro della foresta dai mille cuccioli! » Iä! Iä!, quelle orribili sillabe continuavano a echeggiarmi nella testa, io stesso le pronunciavo, non sentivo piú il resto della litania, la vivevo. Io ero parte di quest’orrendo rito. Io assistevo attivamente ed il professore officiava. L’aria si fece densa e lo spazio collassò su sé stesso!
Sentivo la testa pulsare mentre i colori diventavano sempre piú fiochi e la terra sembrava aprirsi sotto i miei piedi. Provai a dire qualcosa ma non riuscii ad emettere alcun suono. La mia bocca non serviva piú per parlare. La mia bocca era  diventata un organo di senso, un orrido tentacolo gelatinoso si protendeva in mezzo alla mia faccia e si agitava al suono della litania recitata dal professore. Percepivo i suoni tramite questa rozza antenna mentre il mio corpo si abituava ad un altro sistema sensoriale. I colori prima svaniti ora ritornava sotto un’altra forma, privo di occhi vedevo attraverso la mia pelle, il cielo era rosso sangue e Richmond, seduto davanti a me, non era piú l’anziano professore di pochi minuti prima. Era un  ammasso informe e gelatinoso che ribolliva miasmi venefici che si libravano nell’aria, creando un orrendo gioco di colori tra l’innaturale colore del cielo e l’ocra delle esalazioni.
La mia volontà era soggiogata da un qualcosa che non era umano né tantomeno naturale. Qualcosa che vive fuori dal tempo e dallo spazio. Noi stessi eravamo fuori dal tempo e dallo spazio, l’ammasso di carne ripeteva «Lang» ma non potevo capire cosa significasse, finché la mia mente non venne completamente annullata ed allora le parole informi che udivo iniziarono ad avere significato. Cominciai a cantare anche io quella gioia perversa, ma non ero io a farlo, non potevo essere io… ripresi a cadere, precipitai in un infinito ovattato di colori e sapori. Il mio corpo non mi apparteneva, esso era un ammasso gelatinoso come quello del mio amico, ma io non avevo amici, ero solo, solo nel dolore e nel delirio!
All’improvviso il mondo sembrò tornare normale, ebbi l’impressione di cadere a terra e, sebbene, avessi ancora la vista annebbiata, vidi qualcosa che non avrei mai voluto vedere.
Quello che apparve davanti a noi poteva essere uscito da un incubo. Lo stesso incubo che ossessiona l’uomo dai tempi delle caverne, il diavolo in persona, il signore dei boschi che promette dolore e distruzione. L’essere che ride della sofferenza umana, che gode nel vederci sofferenti. Il dio del terrore in persona era apparso di fronte a noi. Urlai a Richmond di smettere, di non andare oltre, perché ad ogni parola che pronunciava, quell’abominio diventava sempre piú reale, ma sembrava non mi sentisse. Era catatonico, non rispondeva alla mia voce né tantomeno alle mie spinte. Continuava a leggere, e a recitare oscene formule in lingue sconosciute.
La mostruosità si avvicinava sempre piú. Semiparalizzato alzai il foglio che mi aveva dato il professore come se potesse farmi da scudo e l’orrore gridò. Le orecchie iniziarano a sanguinarmi e le gambe cedettero. Cadendo vidi qualcosa che poteva essere una mano, un tentacolo o una zampa toccare la spalla del mio sfortunato amico. Le loro grida di dolore si fusero assieme, poi Richmond si alzò di scatto, portò le mani agli occhi e con le sue stesse dita se li cavo. Ora rideva isterico, la faccia ricoperta di sangue, le orbite svuotate, nere, mentre le sue stesse dita stritolavano i suoi bulbi oculari. Con uno scatto improvviso piegò la schiena all’indietro fino a spezzarla.
Tra i conati di vomito vidi il mostro scomparire mentre il mio amico spirava.

Purtroppo, o per fortuna, ero salvo.