Capitolo 7

Il mattino seguente il risveglio fu tormentato.
Come quando mi svegliavo con i postumi di una sbornia maligna e la bocca aveva il gusto acido e rivoltante della mia fragilità interiore. Mi vergogno a metterlo per iscritto, ma i miei demoni mi hanno guidato per cosí tanto tempo che negarli sarebbe solamente ipocrita. E, forse, sono stati parte importante dell’equazione che mi ha condotto in questa situazione.
Avrò tempo per sviscerare i segreti reconditi dei sogni della notte che passai. La confusione scemerà, come la polvere che cade sui mobili, anche questa cortina di terrore si depositerà e io riuscirò a descriverla per lanciare un monito a chi, sventurato, cercherà di mettersi a sbrogliare questa matassa misteriosa.
O almeno lo spero.
Solo intorno alle dieci della mattina mi avventurai fuori dalla sicurezza del mio appartamento. I rumori della notte erano ancora vividi nella mia testa, cosí come la sensazione di pericolo ad essi associati.
Quando incominciai a pensare che tutto fosse accaduto nella mia testa, la verità fece breccia nella realtà quotidiana: la porta presentava dei graffi vicino allo stipite, delle striature che poco avevano di umano. Sembravano prodotti da una enorme bestia, come un orso, o con delle grandi lame metalliche. Poco distante, in un cespuglio di azalee, vidi un paio di tegole frantumate. Quando cercai il punto d’origine del danno, lo ritrovai nelle vicinanze del comignolo. In quel punto c’era uno spazio vuoto, come se qualcuno avesse perso l’appiglio e, scivolando, avesse spostato le tegole del tetto.
Il mio cervello, combattendo contro tutti gli stimoli ed i fatti dei giorni precedenti, si ostinava a ricercare l’origine del danno nell’operato di un maldestro topo d’appartamento. Il rumore e i colpi potevano tutti essere riconducibili ad un ladro che, forse sorpreso da un vicino o da un passante, non era riuscito a portare a termine quello che si era prefissato.
L’unica cosa che stonava erano quei graffi. Non combaciavano con niente e non c’era ragione per un ladro di lasciarli… mi rifiutai di compiere il passaggio successivo, quello che il mio subconscio stava implorandomi di fare: unire i rumori, ed i graffi della notte, a quello su cui stavo indagando. Mi allontanai dalla casa con un crescente senso di inquietudine perché la sacralità della mia casa era stata violata.
Quest’impressione era acuita dalla sensazione che qualcuno mi stesse osservando, anche se non avevo modo di vedere nessuno che mi seguisse o che si comportasse in maniera sospetta.
Quando incontrai alcuni perdigiorno, della feccia umana della peggior specie, mi stupii nel pensare che non era improbabile che uno di loro fosse il responsabile dei danni alla mia proprietà. A guardarli con maggiore attenzione potevo quasi immaginare alcuni di loro nell’atto di salire sul tetto per cercare qualcosa, cercare di entrare…
La domanda rimase sospesa nell’aria, insieme all’odore di sigarette scadenti. Mi allontanai da quella pericolosa compagnia, percependo il loro sguardo bruciante puntato sulla mia schiena.
Vista l’invasione della mia proprietà, il mio primo pensiero fu quello di procurarmi un cane per assicurarmi notti piú tranquille. L’unica razza che mi venne in mente la comunicai, via telegramma, al mio vecchio amico Roy Casagrande, addestratore
provetto e proprietario di un canile a poche miglia da Arkham.
Poche ore dopo ero in possesso di un ben addestrato Terranova dal pelo folto e nero. La sua compagnia, e l’assicurazione da parte di Roy sulle sue capacità
di difesa del territorio unite ad una totale devozione per il padrone, mi fece sentire molto piú protetto.
Ma la sensazione di insicurezza non era svanita del tutto anzi, tornò a scavarmi nelle viscere, insieme al dolore della ferita sul petto. Le ferite sanguinanti erano chiuse, ma bruciavano come se ci fosse stata una grossa infezione in atto. Cercai di curare il malessere con una dose abbondante di moonshine, storcendo la bocca quando il sapore sgradevole dell’alcool incontrò le papille gustative. Il calore che si sparse dallo stomaco in tutto il corpo fu una benedizione a cui non seppi rinunciare.
Ripetei il gesto meccanico di portarmi la bottiglia alla bocca per tutto il resto della giornata, cercando di avvicinarmi il piú possibile ad uno stato avanzato di ottundimento. Unica soluzione che abbia mai trovato veramente efficiente.
Oltre la cortina dell’alcool, però, potevo ancora sentire gli occhi che puntavano nella mia direzione.
E, con il calare della notte, rimasi in attesa degli inevitabili rumori angoscianti che avrebbero sicuramente funestato il mio stato di veglia alcolica.

13 pensieri su “Capitolo 7

  1. Mmm, è ora di una bella aggressione domestica… Non vedo l’ora! E il cane basterà a garantirgli l’incolumità? Chissà chissà… La notte è sempre una minaccia… 😉
    Ma sapete che Roy Casagrande mi sembra stonato, con quel cognome lì, è come se non c’entrasse con questo mondo… Forse ho troppi pregiudizi? :O

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    1. Ah, il mistero, la violenza e il terrore. Ci sarà aggressione? O cosa succederà?
      La notte è una minaccia assoluta. Nelle ombre si nascondono cose inspiegabili.
      Non saprei cosa dirti per il nome, è arrivato, è stato segnato e ha fatto il suo ruolo… di più non saprei cosa dire.

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  2. Ero rimasta indietro e mi sono rimessa in pari. Adesso interrompo, perché l’orrore, per essere realmente tale, ha bisogno di tempo. Di solito non leggo e non guardo nulla che abbia a che fare con l’orrore, eppure questo racconto mi ha catturata, ed eccomi qui, a ricercarmi le puntate precedenti e attendere quelle future…
    🙂

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