Capitolo 9

Il laudano nella tasca era una magra consolazione. La mente, provata dalle notti insonni, era un turbinio di pensieri che non sarei riuscito a fermare con facilità. Sentivo sopra il mio capo il peso della vergogna ed ero conscio del percorso che stava prendendo il mio ragionamento: autocompatimento.
L’indagine era ad un punto morto e l’unico indizio rilevante, la foresta, emanava un terrore ancestrale. Mi ritrovai ben presto a girovagare, meditabondo, per le vie di Arkham.
Quando ritrovai la calma e maggiore lucidità mentale, constatai l’inesattezza delle mie precedenti considerazioni. Gli indizi raccolti fino a quel momento erano molti solo che, a tutti gli effetti, non avevano punti di collegamento fra di loro.
Forse solo infrangendo il flusso del ragionamento razionale si sarebbe potuto trovare un collegamento fra queste porzioni di scoperte. Solo cosí avrei potuto avere risposta ad alcuni dei quesiti che mi tormentavano in quel maledetto pomeriggio. Perché avevo la sensazione che il Dott. Smithson mi avesse dato risposte evasive? Perché la Polizia continuava ad ignorare i sempre piú evidenti segnali di pericolo? Le persone scomparse erano state ignorate in maniera sistematica o c’era un piano ben preciso?
Le domande rimasero senza risposta a causa di un rumore improvviso alle mie spalle: passi pesanti e sgraziati. Frenai l’istinto di girarmi, il prurito alla base del collo era un allarme che non potevo ignorare.
Tirai dritto, accelerando ad ogni passo, mentre affondavo le mani nelle tasche alla ricerca del tirapugni. Non tutti quelli che mi seguivano erano riusciti ad adeguare la velocità, dandomi il tempo di calcolarne il numero.
Lo scontro avvenne all’altezza del vicolo T. Hobbes, una stradina acciottolata stretta fra alte case di mattoni scuri. Il vicoletto era lungo poco meno di 100 yard, scarsamente illuminato dalle lampade ricoperte di fuliggine e sporcizia e non aveva nessuna via d’uscita laterale. Una volta dentro, si era costretti a procedere o arretrare. Mentre la seconda cosa era impossibile, la prima si rivelò ben presto un’utopia.
Il colpo mi colse di sorpresa. Il dolore si propagò fulmineo, mordendo prima il fianco sinistro e poi esplodendo su lungo tutto il torso. Il colpo mi mozzò il fiato e mi fece impattare contro il muro della casa alla mia destra.
Non ebbi il tempo di recuperare il fiato che un secondo malvivente infierí, colpendomi con rabbia sul fianco. Stelle luccicanti mi apparvero davanti agli occhi mentre sentivo incrinarsi le costole. Caddi per terra, sputando saliva acre e provando a respirare fra gli spasmi di tosse. Il dolore era terribile, tanto che fui sorpreso di non accasciarmi svenuto.
Alzai lo sguardo, mentre tre loschi figuri adombravano il profilo blu del cielo pomeridiano. Quando il piú vicino si fermò per colpirmi, agii d’impulso come in preda ad un raptus incontrollabile. Con uno sforzo sovraumano lo scalciai all’altezza del ginocchio. Il rumore dell’impatto anticipò di poco quello di bestemmie e dolore del mio aggressore.
Le stelle luccicanti davanti agli occhi non accennavano a darmi tregua, cosí tornai alla carica alla cieca. Dopo un colpo a vuoto, il secondo centrò quella che doveva essere la mandibola dell’avversario. Il pesante tirapugni metallico si fece largo sfondando pelle, legamenti ed ossa. L’uomo cadde a terra con un flebile lamento, prima di perdere conoscenza.
In un momento di lucidità, riconobbi uno dei perdigiorno che stazionavano davanti a casa mia. Questi era l’uomo che fumava le sigarette scadenti: sulla trentina, capelli rossicci lunghi fino alle spalle, ampie basette rossastre ed una cicatrice ad “U” che partiva dal lato della bocca e andava verso l’occhio. Il brigante guardò titubante i suoi due compari stesi a terra, uno svenuto in una pozza di sangue, e l’altro, impossibilitato ad alzarsi a causa della lesione a qualche legamento del ginocchio, bestemmiava e piangeva.
Nonostante questa inaspettata situazione di parità, il perdigiorno avanzò alzando le braccia nella tipica posa del boxeur di strada. Sfruttando la condizione fisica perfetta, ma peccando d’inesperienza, il rosso si avventò contro di me sferrando un jab tremendo che, sfiorandomi il petto, passò però sotto l’ascella. Sentii il contraccolpo, ma rimasi in piedi. Sfruttando la sua spinta, ruotai il bacino e feci partire un gancio micidiale al naso del mio aggressore.
Il delinquente rimase allibito, mentre il naso si gonfiava e incominciava a spruzzare sangue come una fontana. L’uomo, d’istinto, si portò le mani sotto il naso lasciando scoperto tutto il viso.
Con un uno-due brutale lo misi Knock Out. Quando mi girai verso l’aggressore con il ginocchio rotto, questi stava zoppicando via da vicolo Hobbes. Lo lasciai scappare, il costato era tornato a pulsare e dolere e non mi avrebbe permesso l’inseguimento. Mi sedetti con la schiena contro la parete, cercando di trovare aria fra le fitte che mi tormentavano. Fu in quel momento che l’occhio mi cadde sulle mani, lorde, dell’uomo.
Un orrore strisciante si insinuò nella mia mente, lasciandomi prostrato ed in lacrime. Le mani di quell’uomo erano marchiate. Un simbolo che avevo già visto in un altro luogo poco tempo prima: le mani riportavano impresso il triangolo fantasma con le spire.

26 pensieri su “Capitolo 9

  1. mannaggia…. ci sono due cosette che questa volte mi lasciano perplessa….
    le butto lì… poi rileggerò con più calma…
    il protagonista mi pareva decisamente più “grezzo”… e leggerlo usare parole come “brigante” o “perdigiorno”… mi ha fatto uno strano effetto….
    anche i termini tecnici della boxe… mi hanno catapultata in un “tempo” diverso da quello vissuto fino ad ora….
    sono confusa… ( forse questo è l’obiettivo del racconto?)… ci vuole altro tempo….

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    1. Il personaggio è grezzo, ma è un prodotto dell’inizio del 1900 (significa nato alla fine del 1800), perciò perdigiorno e brigante non sono parole fuori dal comune. Nonostante la grezzaggine, la cultura è quella.
      I termini tecnici della boxe no, non sono fuori luogo. Sherlock Holmes è un boxeur e la boxe di strada, i combattimenti clandestini o ufficiali (vedasi, negli anni successivi, le imprese di Carnera) erano ritenuti accettabili.
      Inoltre non siamo in Italia, perciò i termini vengono detti anche con l’idea dell’ambientazione americana.
      Il tempo… o il tempo…
      I Grandi Antichi hanno tempo.

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      1. ma io non parlavo di fuori luogo… è solo una sensazione mia… diciamo che mi son costruita delle immagini che con il capitolo di oggi hanno subito uno scossone… porcagalera devo rivedere tutto da capo….

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  2. Bello bello, un po’ d’azione ci voleva! (anche se il protagonista potrebbe non essere d’accordo… Povero: scoraggiato e anche ammaccato… Non se la passa bene, se non svolta nelle indagini rischia grosso…)

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  3. Ma come mi cadono in basso, i culti blasfemi: affidare a dei pivelli il lavoro di un vero uomo – o di un mostro.
    Eh, cari miei, nel 1769 queste cose non succedevano mica, eh! Quando ero giovane io, i treni nemmeno esistevano, altro che arrivare in orario!

    E ora mi chiedo: si azzarderà a usare il laudano, col rischio che durante la notte gli facciano ingoiare il cane tutto intero?
    Vediamo al capitolo 10 😀

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    1. Si fa quel che si può… la Grande Depressione e i pochi soldi del budget ci hanno fatto trovare delle comparse, non potevamo permetterci il Chuck Norris della situazione.
      Il laudano? Noto un tuo commento nel 10… andiamo a vedere… non dico oltre.

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