Appendice B

Il buio ha una consistenza quasi gommosa. Sento il gusto ferroso del sangue in bocca e le labbra gonfie. Ogni movimento, anche minimo, produce un dolore terribile.
Muovo la lingua e sento le corone spaccate degli incisivi o un buco carnoso dove dovrebbero esserci i denti. Prima di svenire vomito e il liquido acido mi passa sulle gengive piagate e sulle ferite della bocca colandomi sulla guancia. Non mi interessa. Il buio si fa asfissiante.
Svengo.


La foresta è lugubre a quest’ora della notte. I profili delle pietre sono denti di una creatura preistorica che cerca la sua via sulla terra. C’è la luna piena, ma la sua luce non riesce a penetrare le fronde scure degli alberi. Solo pochi, sparuti, raggi lunari raggiungono l’enorme altare di pietra attorno a cui stiamo in vigile attesa. Su di esso una persona è stesa, rassegnata e docile come un agnellino. O solo svenuta. La fiamma della torcia che brucia al di sopra della mia testa mi fa colare sudore acido dalla fronte.
Il silenzio tombale mi rimbomba nelle orecchie. Stiamo aspettando colui che  celebrerà il rito. Stiamo aspettando il momento giusto.


Mi ridesto. In bocca il gusto ferroso del sangue venato dall’acidulo del vomito. Lo stomaco incomincia a ribellarsi. Provo un piacere perverso nel sentire il fresco massaggiarmi la carne indolenzita. Il freddo della roccia è una benedizione. Intorno a me il silenzio. Non riesco ad aprire l’occhio sinistro, mentre con quello destro arrivo al massimo ad una fessura. Nelle orecchie ho un tambureggiare costante ed irritante. Quando capisco che è il mio cuore che pompa all’impazzata, svengo.


La luna è quasi in posizione: si sta avvicinando il momento in cui si celebrerà il rito. Il silenzio è rotto da un leggero rumore di passi. Non ci è permesso guardare, non ancora. La cecità dell’uomo prima della rivelazione astrale. Cosí dev’essere e cosí sempre sarà. I passi si fermano e sulla foresta cala un silenzio innaturale, come se avessero calato il sipario del teatro. La quiete viene interrotta dalle prime note della cantilena propiziatoria: dapprima è un suono indistinto e solitario, poi prende corpo quando altre voci si aggiungono alla prima. Il momento della rivelazione è iniziato. Quando è il mio turno, alzo la testa, tolgo la tunica dagli occhi e incomincio a cantare. Sento la pittura  solleticarmi la carne. Ognuno di noi ha il viso pittato allo stesso modo: strisce e punti di colore rosso. Il cerimoniere, invece, indossa l’abito bianco, ha il capo completamente rasato e dipinto di rosso acceso. La luce della torcia lo rende simile ad una testa fiammeggiante.
Alcuni fratelli alle sue spalle incominciano a battere sui tamburi e accompagnano le invocazioni con pattern ritmati e in crescendo, mentre altri, che prima non avevo notato, iniziano a suonare il flauto. Le melodie sono di una bellezza deviata. Asincrone. Come se fossero variazioni sul tema dell’intervallo del Diavolo.


Mi risveglio di nuovo. L’oscurità mi chiama e sento il desiderio di cedere alle lusinghe di un lungo sonno. La testa mi fa impazzire. Dal vento freddo sulla pelle direi che sono all’aperto. Apro l’occhio destro e vedo delle confuse macchie nere e arancioni danzarmi nel campo visivo. Non capisco cosa sia tutto quel rumore: ci sono dei ritmi forsennati di tamburi e delle incomprensibili, ma terribilmente blasfeme, invocazioni. A questo si sommano i flauti, che stanno suonando melodie stonate e incoerenti. Il mescolarsi delle melodie e delle voci crea sonorità terribili.
Vorrei svenire, ma non ce la faccio. Il mantra che stanno recitando mi fa gelare il sangue e sento l’acido che anticipa i conati di vomito. Ho le gambe contratte da crampi spaventosi. Temo per la mia vita.
O Dio, aiutami tu!


Iä! Shub-Niggurrath! Il nero Capro della foresta dalla prole innumerevole! Ripetiamo questa invocazione cosí tante volte che, ad un certo punto, le parole sembrano mescolarsi e creare un nuovo linguaggio, diverso da quello umano. Una lingua talmente aliena da non essere replicabile dall’ugola di una persona. Il tono si alza e tutti i miei fratelli, capo scoperto e fiaccola levata in alto a formare un cerchio di fuoco, ululano l’invocazione a Shub-Niggurrath. Al segnale prestabilito, il coro si riduce ad un gorgoglio degenerato. Il Grande Maestro, di bianco vestito, si avvicina all’altare con le braccia levate. Grida ancora, invoca il nero Capro. Invoca il potente Dio Esterno. Sento le budella torcersi in un sussulto di folle estasi e primitivo, razionale, terrore, ma continuo a recitare l’invocazione. Il Grande Maestro incomincia a declamare i malvagi rituali senza tempo. Una saggezza di epoche passate. L’inenarrabile portata di quelle parole, e il ritmo quasi sibilante di alcuni versi, è tale da investirci tutti: il nostro canto ritorna a farsi veemente.


Cerco di parlare, ma non riesco a muovere la bocca: la mandibola dev’essere rotta in piú punti. Provo un dolore indescrivibile. Persino respirare è difficile e spesso finisco in apnea, da cui riemergo ogni volta con maggiore difficoltà. Con l’occhio buono noto che si sta avvicinando una macchia bianca, sormontata da un punto rosso. Sento recitare formule incomprensibili, ma che trasmettono un orrore cosí profondo che mi metto a piangere come un bambino. Sto perdendo me stesso. Cerco di muovermi e rotolare via, ma è tutto nella mia mente. Mi sento strattonare.  Sono alla loro mercé.


Mi avvicino alla figura larvale sulla pietra e, insieme ad altri tre fratelli le prendiamo le braccia e le gambe. L’uomo, che un tempo era un rispettato dottore di Arkham, giace adesso supino e in lacrime. Almeno credo, visto le strisce lucide sulla faccia tumefatta e sfigurata dai colpi. Il capo è immerso in una pozza di vomito maleodorante. Strattoniamo gli arti, cosí da tenderlo fino allo spasimo. Ogni arto va a posizionarsi esattamente sull’angolo del grande altare di pietra. Per avere una maggiore presa, leghiamo delle corde ai polsi e alle caviglie e lo tendiamo oltre ogni limite. L’uomo rantola, ma ogni parola è incomprensibile. Il vecchio si limita ad urinarsi addosso dalla paura.
Cane rognoso.
Il Grande Maestro, recitando altre formule oscure, si avvicina al corpo dell’uomo con un pugnale enorme. Alza la testa verso il cielo, poi guarda la foresta, e grida come posseduto da Baphomet in persona la formula rituale.
Iä! Shub-Niggurrath! Il nero Capro della foresta dalla prole innumerevole!


Il dolore agli arti è enorme. Sento una forza brutale che mi allarga braccia e gambe, tanto che ho la sensazione che gli organi interni incomincino a spostarsi dalla loro sede. I genitali dolgono come colpiti selvaggiamente. Vorrei gridare, ma le mie parole sono rivoletti di saliva spumeggiante.


Il Grande Maestro abbassa il pugnale e taglia la camicia sporca di sangue del dottore. Il petto magro del vecchio, con i suoi radi ciuffi di pelo grigio, si abbassa ad un ritmo indiavolato.
Incominciamo a gridare compulsivamente il sacro mantra: Iä! Iä!
Il Grande Maestro si avvicina al viso del dottore e sussurra alcune parole. La testa della vittima incomincia a sbattere contro la pietra, tanto che un nostro fratello deve tenerla ferma.
Il cerimoniere passa una mano sul petto e sul ventre e ne sente la tensione; soddisfatto bacia la lama e chiede la benedizione al cielo e alla foresta. Gli occhi, di un bianco perlaceo immerso nel rosso rubino del capo pittato, sembrano vedere mondi ulteriori a quelli del tempo presente.
Sta comunicando con la dea. Il nero Capro.


Dio aiutami!


Il pugnale cala ferale sul corpo dell’uomo, penetrando nello stomaco e aprendo un varco da sotto lo sterno all’inguine. Il Grande Maestro estrae gli intestini dal corpo del dottore e li dispone, caldi e fumiganti, di fianco al torace del vecchio uomo. Nonostante il trauma, la vittima è ancora cosciente e sbavante di pazzia e dolore, tanto da cominciare a tremare come un albero nella tempesta. Tiro la corda del braccio fino a sentire lo schiocco della spalla dislocata. Il cerimoniere, con le mani piene del sangue delle interiora, disegna i simboli benedetti sul corpo dell’uomo: le formule rituali per invocare la dea. Al centro del petto traccia un triangolo fantasma da cui, come dal nulla, nascono dei tentacoli.
Disegnati i simboli rituali, il Grande Maestro colpisce con forza al centro della radice di queste escrescenze. Appena il pugnale penetra nella bianca carne del petto, vedo un fiotto di sangue schizzare e lordare la sua veste immacolata. Le risa isteriche con cui accoglie quel tributo di sangue ci infiammano e incominciamo a celebrare l’avvento di Shub-Niggurrath. Preghiamo per la sua venuta: Iä! Iä!


Mio Dio…


Il vecchio è morto. Non ha compiuto la sua missione e sapeva a cosa andava incontro se falliva. Almeno la sua vita inutile è servita a qualcosa. Dopo di lui ce ne saranno altri, finché Loro non arriveranno. Vedo il Grande Maestro piegarsi in avanti e affondare la mano nel petto del dottore per estrarne il cuore. Lo guarda come un lupo osserva una pecora smarrita. Famelico.
Evoca incantesimi alieni persino alle mie orecchie. Traccia simboli nell’aria e, a piú riprese, china la testa deferente mentre alza entrambe le mani servendo il cuore caldo al vento della notte. Alla fine, dopo aver tracciato con l’unghia un simbolo mistico sulla superficie del muscolo cardiaco, lo addenta: sembra un puma di montagna. Noi cantiamo rapiti dall’estasi suprema.

Annunci

19 pensieri su “Appendice B

  1. MMMMmmmmm…. avrei interrotto la lettura… ho avuto paura mannaggiavvoi!!!… maledetti…. ma siete bravi e i miei occhi son rimasti incollati fino alla fine….
    non so dire altro… aspetto il resto con quel misto di paura e curiosità…so che non potrò fare a meno di leggere… un po’ vi odio… lo dovevo dire… ma a voi tanto che vi frega?…
    😀

    Mi piace

      1. se continuo a leggere,sento che mi trasformerò… sono ancora incerta sul come… ma mi trasformerò… ho un paio di immagini di me sul piatto… vedremo cosa succederà…

        Mi piace

  2. Quest’appendice è magnifica! Anche deliziosamente disgustosa! E conferma la bontà (scusate, so che associare a voi la bontà è insensato…) della scelta del doppio punto di vista. E che dire di come avete reso il fascino/terrore del sacro? Da leggere e rileggere!

    Mi piace

    1. Grazie mille.
      Il doppio punto di vista era l’unico modo per riuscire a ricreare la giusta atmosfera. Senza il dialogo diventava difficile rendere tutto bene. Ma con due protagonisti, due visioni di terrore (oscure al narratore principale della storia), era molto più semplice.
      Il sacro suscita sempre questi sentimenti: fascino&terrore. Quasi fascino morboso, oserei dire.

      Mi piace

  3. apppperò…. ammazza che ansia! guarda… proprio bravi eh. non lo dico mai, che poi a voi pure che ve ne importa che vi dico bravi… però BRAVI!
    cioè pareva di guardare un quadro, tanto bene avete descrtitto tutto…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...