Capitolo 16

Non sono sicuro di poter descrivere con lucidità quello che è avvenuto nelle settimane successive alla morte del Professor Richmond.
Quando il rito finì, tutto quello che vidi era alla stregua di un sogno. Il sangue sull’erba e il dolore feroce che stringeva la testa come un cerchio, recitavano un’altra versione: quello che era accaduto era vero. Qualcosa, o qualcuno, aveva ucciso il Professor Richmond e, ringrazio Dio per questo, aveva risparmiato me.
Erano settimane che continuavo a ripetermi che ciò che avevo visto, l’essere caprino, il male assoluto, non erano altro che visioni date dalla febbre. Ma intanto continuavo a nascondermi dalla mia stessa ombra.
Dopo due settimane di malessere e un’irrazionale paura, che mi aveva spinto a dormire con i lumi della casa accesi, avevo ripreso a svolgere la mia professione di investigatore. Solo casi di consulenza e nessuna investigazione sul campo. Non ero pronto ad uscire di casa.
La monotonia delle consulenze finì, però, quando il secondo mercoledì dopo la morte del Professore, non si affacciò alla porta un certo Herbert Goodmann.
L’uomo era un cacciatore di mezza età, pelle scurita dal sole e un tic facciale che gli faceva strizzare gli occhi nei momenti di stress. Cosa che, nel corso della conversazione, avvenne sempre più spesso.
L’uomo si presentò per riferirmi una conversazione a cui, inavvertitamente, aveva preso parte. Aveva scelto di contattare me perché, quello che avrebbe raccontato, non era materia da polizia. Inoltre, mi disse, l’argomento mi avrebbe riguardato da vicino.
L’uomo disse che era andato nella foresta vicino ad Arkham per raccogliere dell legna da ardere e procurarsi un po’ di selvaggina. Il particolare della foresta fece trillare un campanello nella mia testa, risvegliandomi da quella innaturale apatia.
L’uomo continuò il racconto dicendo era uscito dal sentiero per andare a controllare delle trappole. Aveva appena finito di rimettere in ordine alcune trappole per tordi, quando sentì delle persone parlare nel mezzo della foresta. Senza pensarci, troppe volte la polizia l’aveva fermato per bracconaggio, si era accovacciato nel sottobosco in silenzio. Da quesa posizione aveva potuto origliare, inosservato, alcuni estratti della conversazione che si stava tenendo fra tre persone.
La prima, la cui voce sembrava quella di un uomo raffreddato o con un notevole difetto di pronuncia, continuava a porre domande. Herbert sottolineò più volte un fattore: la voce era misto fra parole e ronzio. Il tono non ammetteva repliche.
Herbert mi riportò quello che si ricordava: “Cosa ne… compito… Dottore?“. Il resto della conversazione erano richieste, fra cui una terminava con la parola “morte… investigatore“.
Uno degli interlocutori della voce ronzante disse che il Dottore aveva fallito e l’uomo non era morto. Era una voce femminile. Herbert mi disse che non l’aveva mai sentita prima d’ora, anticipando la mia naturale domanda.
Una seconda voce intervenne ed il cacciatore mi disse che quella gli era familiare. Aveva già sentito quel timbro quando era stato fermato dalla polizia, qualche mese prima, per bracconaggio. La voce nella foresta apparteneva ad uno degli agenti che l’avevano arrestato: un uomo dai capelli rossicci e un fare untuoso.
Il particolare fece trillare, di nuovo, un campanello di pericolo nel retro del mio cervello. Una mia conoscenza, l’uomo che più sospettavo di insabbiare gli elementi dei casi di sparizione, era presente in una conversazione sospetta. I temi trattati: morte, compiti, uccisioni e, ultimo ma non meno importante, il mio coinvolgimento, non erano certo meno pericolosi.
Gli chiesi cosa avesse detto l’uomo. Herbert, strizzando gli occhi in maniera quasi spasmodica, mi riferì in breve che l’agente rossiccio aveva detto che “Dottor Smithson aveva fallito…” la fronte dell’uomo si aggrottò cercando di ricordare le parole. Quello che ne uscì era un misto di mugugni e qualche informazione utile come “l’uomo non era morto” o “Laudano” e “Sacrificio del dottore…“.
Herbert si scusò, ma non poteva aggiungere altro. Le voci diminuirono di volume e non potè più sentire niente di quello che stavano dicendo. Rimase nascosto fino a molto dopo che i tre se ne furono andati e poi se ne tornò a casa. La decisione di venire a parlarmi era venuta spontanea. Due particolari rimanevano oscuri: chi era la donna? E, soprattutto, chi era la persona con la voce ronzante e perché aveva spaventato così tanto il cacciatore?
All’improvviso mi ricordai alcune delle informazioni che mi aveva detto il Professor Richmond sugli esseri ancestrali. Ad un certo punto mi aveva detto che alcune creature erano venute da oltre Nettuno. Ma quale era la particolarità?
Il cervello mi bruciava mentre cercavo di ricordare. Volavano? Probabile. Macchine strane? Forse. La voce! Ecco, mi aveva detto che questi esseri inumani avevano appreso il nostro linguaggio mimandone i suoni ed emettendo una sorta di frequenza ronzante che assomigliava a parole umane disturbate.
Il cuore si fermò nel petto.
Razionalmente mi veniva da propendere per il saggio adagio che diceva: la soluzione più giusta è solitamente la più semplice, questo significava che l’uomo che parlava era a tutti gli effetti solo raffreddato.
Ma ormai non avevo visto più di quello che una persona poteva immaginare? Nonostante fosse solo un’intuizione, la descrizione sembrava combaciare. Una domanda rimase nell’aria, inespressa: perché ero sicuro che ci fosse più di quello che saltava agli occhi?
Come un drogato in una fumeria d’oppio, mi alzai barcollando e strattonai il cacciatore. Un’idea si era insediata nel mio cervello e avevo bisogno del suo aiuto. Dovevo portare l’uomo all’Università e parlare con l’unica persona che poteva aiutarmi.
Grazie alla frequentazione con il Professore Richmond ero venuto a conoscenza di alcuni stimati luminari e studiosi dell’Università, fra cui il Professor Michael Dempsey II.
Il Prof. Dempsey era un ricercatore e studioso della sapienza antica, per quanto questo concetto, a me, era più che mai oscuro e astruso.
In una delle molteplici conversazioni con il Professor Richmond, questi mi aveva segnalato il Prof. Dempsey II come un suo collega fidato e, parole sue, “stimato conoscitore di ciò che non si può vedere“.
Quando ci presentammo al Professor Dempsey, questi era immerso in una profonda conversazione con il suo collega Bradley Howard a proposito di un ritrovamento nelle province costiere poco lontano Arkham.
Quando ci videro, il Professor Howard salutò cordialmente e ci lasciò soli con Dempsey.
Spiegai la situazione al Professore e, unendo tutti gli elementi che avevo raccolto nei mesi precedenti grazie alle mie investigazioni e all’aiuto del Professor Richmond, delineai uno sfondo per la successiva testimonianza del Sig. Goodmann. Il povero cacciatore raccontò di nuovo la sua storia, ma era ormai un groviglio di nervi tesi e la faccia era tutto uno spasmo.
Il Professor Dempsey, intuendo lo scopo della mia richiesta, tirò fuori una matrice e la mise su un giradischi. Il suono era gracchiante e disturbato, ma fra i solchi si percepiva una voce strana: come se il ronzio di migliaia di mosche stesse formando delle parole.
Quella testimonianza uditiva fu terribile. La voce, disturbata e distante dal microfono, non aveva perso la sua perversa essenza inumana. Un terrore ancestrale mi colse e mi tappai le orecchie spaventato ma affascinato in maniera quasi morbosa dalla devianza di quella voce ronzante.
Quello che successe dopo si risolse in un battibaleno. Dempsey, rapito dalla malvagità e innaturalità di quelle parole, non fu in grado di intercettare il cacciatore che, gracchiando parole incomprensibili, corse alla disperata contro l’unica grande finestra della stanza gettandosi di sotto.

15 pensieri su “Capitolo 16

  1. Il cacciatore l’ha presa molto male, manco sul disco ci fosse stato Fabri Fibra (io, invece, apprezzo sempre le hit da Yuggoth).
    E di certo si prospetta un turn over intenso, alla Miskatonik. Comunque, immagino ci possa essere un nuovo picnic nella mia amata foresta 🙂

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    1. Il disco è peggio che i grandi classici del rap italiano cantati da qualcuno fastidioso e afono. Un neo-melodico rapposo?
      Il ricambio ci sarà. La Miskatonik è in pieno fermento… e la foresta, beh, la foresta è come il miele per gli orsi.

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